Profumo al mughetto

L’odore del polline riempiva l’aria ferma. Padre Ambrogio attraversò la coltre dolciastra a passo lento, lasciando che si posasse su di lui insieme alla luce tiepida: si era alzato abbastanza presto, prima di recarsi in chiesa, proprio per godersi quelle stradicciole di campagna.
Era stato assegnato a quella parrocchia paesana da un paio d’anni, ormai. Si trovava a pochi chilometri dalla piccola città in cui era cresciuto, e in quelle zone di verde periferia aveva vissuto la sua infanzia: gare in bicicletta, caccia ai grilli, sbucciature sulle ginocchia che dovevi stare attento a non piagnucolare, altrimenti come ti prendevano in giro gli amici!
Accolse contento anche la frescura della sagrestia e il placido silenzio di quel santo sgabuzzino. Il ritardo del diacono era ormai diventato parte del rito liturgico stesso, e padre Ambrogio poté prendersi il suo tempo per mettere la stola e i paramenti.
Quando era appena arrivato, la pieve aveva dei confessionali risalenti nella migliore delle ipotesi all’anteguerra, con le pesanti cortine purpuree e la grata di legno a dividere i due peccatori, quello che parlava e quello che ascoltava; era riuscito a convincere il parroco a metterne di più moderni, che consentissero un dialogo a viso aperto. “I frati giovani!”, ribolliva ancora il parroco ottuagenario “Pensano di saper loro come si debba fare ogni cosa!”. Ma Ambrogio l’aveva spuntata, col benvolere di Dio.
Si sistemò al posto che gli competeva e aspettò, sfogliando le impalpabili pagine della sua vecchia Bibbia; non senza un moto di vergogna per la propria frivolezza, leggiucchiò il Cantico dei Cantici.
“Ecco, l’inverno è passato, è cessata la pioggia, se n’è andata; i fiori sono apparsi nei campi, il tempo del canto è tornato e la voce della tortora ancora si fa sentire nella nostra campagna.”
Gustò i versi appena letti più volte, ripensando alla breve passeggiata mattutina, e il suo cuore ebbe una sorta di singulto. Un angolo della sua anima si rabbuiò: gli si sprigionava lo stesso sussulto nel petto, alla vista dell’ostia che egli stesso levava davanti agli occhi dei fedeli?

Passi felpati lo risvegliarono dai suoi pensieri velenosi: qualche avventore anticipato della chiesa s’avvicinava al confessionale. Erano colpi frettolosi e ovattati, da anziana con le babbucce: Ambrogio si divertiva a indovinare le persone da quel piccolo indizio. C’erano i passi discontinui degli spavaldi svegliatisi meno coraggiosi del solito, lo zampettare delle fidanzate promesse, e le suole trascinate degli arresi padri di famiglia.
La donna entrò nel piccolo confessionale e si inginocchiò. Curva sotto il peso della vecchiaia, era avvolta in un vestito verdognolo da cui spuntavano solo i polsi fragili e il collo bianco. I lisci capelli, grigi con ciocche più bianche, erano in parte nascosti sotto un velo nero, da vedova.
Ambrogio rimase in silenzio. Ogni parola amichevole e bonaria che era solito pronunciare gli era morta in gola nel momento stesso in cui aveva incontrato quegli occhi chiari e arrossati, incorniciati di rughe sottili, così familiari. Sua madre ricambiò quello sguardo fisso e silenzioso, mentre con le dita ossute faceva il segno della croce. Ambrogio la imitò, mormorando la formula di rito.
Usava ancora lo stesso profumo che il figlio ricordava: una fragranza al mughetto che riempiva le stanze in cui lei si muoveva, e gli abbracci con cui lo consolava durante gli incubi infantili. Erano passati molti anni dall’ultima volta che l’aveva sentito così vicino a sé.
Sotto la pesante stola iniziava a sentire pizzicori di caldo lungo la schiena, e gocce di sudore sulla nuca. Abbassò gli occhi e recitò con gola arsa una delle formule del caso: “Se voi perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.”
Non aveva altre formalità con cui proteggersi da quell’incontro inatteso. Sua madre aveva un aspetto ancor più debole dell’ultima volta in cui si erano visti; come Ambrogio aveva spesso temuto, si sarebbe consumata lentamente, divenendo sempre più bianca, sempre più invisibile. Senza rumore sarebbe sparita con il suo ultimo respiro, svanita nell’aria, finalmente libera.
“Chiedo perdono, perché ho peccato.” Mormorò lei.
“Il Signore rimette tutti i nostri peccati”, rispose, imbarazzato e confuso.
Lei insistette: “Al Signore ho già chiesto perdono molte volte.” Si torceva la fede nuziale intorno al dito. “Ora non sto chiedendo perdono a Dio.”
Ambrogio si sentiva soffocare. Lacrime bollenti lottavano per sgorgargli dagli occhi, pensieri dolorosi s’affollavano nella sua testa in un turbinio insopportabile.
Una frase si liberò dal vecchio petto della donna: “Mi dispiace. Mi dispiace per quello che ti ho fatto.”
Quel sussurro gli si riverberò nelle ossa. Guardò la mano della madre, la dorata e odiosa fede nuziale, e avvolse quel debole palmo tra le sue mani: “Non mi hai mai fatto nulla.” Sentiva il freddo metallico di quel piccolo anello che corrompeva il tepore della mano materna.
“Non sei stata tu. Non mi hai mai fatto nulla, tu.”
Lei scosse la testa e si ritrasse sulla sedia: “No. È stata colpa mia.”
Ambrogio la guardò, preso da una vertigine così intensa che gli parve di non riconoscerla. Vide un abisso, un abisso che si era scavato tra di loro in decenni. Chi era sua madre? E chi era lui, davanti agli occhi di sua madre?
“Amare qualcuno non è una colpa. E l’amore acceca. Non fa vedere il male che si nasconde nell’altro.”
Lei si sottrasse alla stretta del figlio. Non la guardò, ma sentì il sospiro che sempre faceva quando sul viso le spuntava un sorriso triste e arreso; quando una parte di lei moriva, e ne accettava la scomparsa con la remissività con cui aveva sempre vissuto, e con cui troppo aveva sopportato.
Disse dolcemente: “Se lo pensassi davvero, riusciresti a guardarmi.”
Ma Ambrogio continuò a fissare le proprie mani, sudate e tremanti, le proprie ginocchia, i lembi della gonna scura della madre, il legno laccato dell’inginocchiatoio. Sapeva che aveva ragione, e la odiava. La odiava perché era venuta lì, e la odiava perché l’amava.
E lui l’amava, sì, come ogni figlio ama sua madre. La amava anche se lei aveva amato più di Ambrogio un uomo che lui odiava con tutto sé stesso, per quello che gli aveva fatto.
Fuori il sole continuava a intiepidire i tetti, i fiori spandevano il loro profumo. Nel cuore di Ambrogio, l’amore tra le persone continuava ad essere un mistero ben più grande, ben più spaventoso, del semplice e gratuito amore di Dio.

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Anna Rusconi

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