Sopravvivere

Quella mattina il vento era la carezza di una nonna, il sole spandeva un tiepido calore. Mi godevo quel clima mentre aspettavo Clara. Sedevo su una panchina fuori dal bar della facoltà, avevo appuntamento lì con lei. La vidi arrivare in lontananza, sorrideva. Ci salutammo; mi chiese se avessi già pranzato, le risposi di no.
“Allora dopo andiamo insieme?” domandò.
“Certo.”
Chiacchierammo per una decina di minuti. Proposi a Clara di andare a mangiare.
“Mi è passata la fame, comunque ti accompagno.” La luce era scomparsa dal suo volto.
Alla cassa acquistai un’insalata di farro, Clara cambiò idea: comprò un panino con la cotoletta. Ci sedemmo al bancone. L’insalata era insapore, come ogni pietanza proposta dalla mensa della facoltà. Clara era lentissima, ingoiava bocconi minuscoli.
“Perché sono così?” sbuffò, poggiando il panino sul bancone.
Non aveva ancora metabolizzato la rottura con Giovanni, era chiaro. Le serviva tempo: i fantasmi non si risucchiano con l’aspirapolvere.
“Parliamo d’altro”, disse “inizio a fare la baby sitter”.
Mi sembrava il lavoro giusto per lei. Clara riusciva ad avere cura di tutti, tranne che di sé stessa.
“Bello. Ma non sarà sfiancante?”.
“Può darsi, ma io amo i bambini. A quattordici anni ne avevo concepito uno. L’avrei voluto tenere”.
Buttai giù il boccone. Mi si asciugò la saliva. Clara si chiuse in un mutismo ermetico finché non finii di mangiare.
“Facciamo quattro passi?” proposi.
Uscimmo. Fuori incedeva San Babila. Tutto fluiva rapido, tranne i lavori per la nuova metro.
La sera uscii con Terry. Mi portò in un posto in zona Stazione Centrale in cui con cinque euro pagavi cocktail e aperitivo all you can eat, puzzava di birra e gioventù. Quando ci recammo lì organizzavano anche un karaoke. Al tavolo, di fronte a noi, sedevano due asiatici che non avevamo mai visto prima. Si parlava più inglese che italiano, là dentro.
“Allora, hai visto Clara stamattina?” mi domandò.
Le raccontai quello che era successo.
“Clara ha un grande problema.”
“Cioè?”
“Non riesce mai a stare da sola.”
Si alzò per andare in bagno. Durante la sua assenza scrutai le facce degli altri avventori. Tutti sembravano felici.. Tutti avevano i loro fantasmi. Quando tornò dal bagno, Terry mi disse che le aveva scritto Clara. Ci avrebbe raggiunti di lì a poco.
Quella sera Clara volle giocare a ping pong – c’era un’area giochi nel seminterrato –, bevve molto, ballò tanto.
Tutti, là dentro, sopravvivevano. L’avrebbe fatto anche Clara.

 

Racconto di Domenico Andrea Schiuma

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L'ospite Inatteso

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