Berta Isla, il ritratto della solitudine

Javier Marías è uno scrittore madrileno molto bravo. Quando si legge uno dei suoi libri ci si rende conto di come la trama sia davvero poco rilevante: il suo stile è in grado di assorbirci completamente, e di portarci dove vuole lui.
Javier Marías non è per tutti.
E menomale, aggiungerei.

Non so voi, io ne ho abbastanza di tutto questo appiattimento culturale in nome di una maggiore raggiungibilità di pubblico. Scrivo semplice altrimenti vengo letto poco; o peggio: non so scrivere, non ho niente da raccontare, non leggo un libro da dieci anni, ma la storia di mia nonna la devono conoscere tutti. Come se il lettore fosse incapace di sforzarsi, di intraprendere un percorso leggermente in salita, qualora ne valesse la pena. Siamo sicuri di aver bisogno proprio di questo? (Rimanderei la discussione/riflessione ad un altro post)

Marías si legge molto volentieri, ma i suoi romanzi sono impegnativi. Ama tenere il lettore sul filo, raccontando storie in cui aleggia un mistero che si disvela sempre e solo alla fine.

Eppure il mistero non è l’ingrediente principale. È importante, ma non fondamentale. Ciò che, invece, è molto significativo è la sua capacità di analisi e di approfondimento dell’animo e dei sentimenti umani, soprattutto della psicologia di coppia, uno dei massimi misteri cosmici, secondo solo allo scoppio del Big Bang.

La Berta Isla che dà il titolo al romanzo è uno dei personaggi letterari più belli mai scritti. Alla fine ci sembra di conoscerla davvero, siamo tentati di andarle a chiedere lo zucchero, tanto in fondo basta attraversare il pianerottolo per essere in casa sua, a Madrid.

Questa donna conduce un’esistenza solitaria, con i suoi due figli. Il marito ha un lato della propria vita completamente in ombra, che riguarda il suo lavoro.
Quante coppie conosciamo, o abbiamo incontrato, che sono la semplice somma di due solitudini?

Beh qui è tutto un po’ più complicato, perché il romanzo, ad un certo punto, prende una piega degna di Fleming (sinceramente, pure troppo: in un paio di occasioni si sfiora l’improbabile).
Ma il punto non è questo.

Marías non ci fa perdere il filo e, come dicevo, ci conduce dove vuole lui.
Il punto non è perché questa donna conduca questa esistenza (e anche il marito, in fondo, è un condannato). Il punto è come possano coesistere, amarsi due profonde solitudini.
In Marías nulla è dato per scontato, nulla è totalmente bianco o nero.
Esistono i grigi, esistono tantissimi tocchi di colore.

Forse nulla è perfetto, ma non necessariamente tutto è perduto.

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Silvia Spinelli

La recensitrice libresca. Classe 1988, nordica per caso. I libri sono letteralmente la sua vita, ci abita dentro da sempre: prima come lettrice, poi come studentessa appassionata di Letteratura e Linguistica a Milano, ora come libraia. Adora la letteratura italiana, i racconti brevi, il cinema, ma soprattutto il teatro, la passione di una vita, su e giú dal palco. Non guarda serie tv e spera che dopo questa affermazione continuerete comunque a leggerla con affetto. Sogna di continuare a fare esattamente ció che fa.

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