Fuga in Re minore

Fin dal suo debutto allo Stadttheater di Zurigo, la sua città natale, Heinrich Keller era stato acclamato dalla critica e dal pubblico come il miglior violoncellista della sua generazione: una responsabilità non da poco, che egli assolveva con la precisione e il rigore tipico degli svizzeri. Aveva ricevuto proposte di collaborazione dalla Filarmonica di Vienna e dalle maggiori orchestre europee, offerte che egli era solito declinare con gentilezza. Si giustificava con i propri confidenti dicendo di mal sopportare l’ambiente dell’orchestra; “e poi”, aggiungeva, “non rinuncerei mai ai duetti con Elsa”. Infatti, da quando vent’anni prima aveva conosciuto la moglie, Elsa Bauer, non aveva mai più suonato con altri: ormai a Parigi, dove la coppia risiedeva stabilmente da anni, i salotti più rinomati si contendevano con ferocia i loro concerti, e la tenerezza che legava i coniugi Keller, sotto il tetto domestico e nelle sale da concerto, era diventata proverbiale. La loro formidabile intesa si traduceva in esecuzioni impeccabili, di rara e intensa passionalità.
Il successo non aveva tuttavia annebbiato l’umile cuore di monsieur Keller, che, come unica vanità, si concedeva talvolta di farsi ritrarre al violoncello da pittori consigliati per lo più da amici e conoscenti. Fu così che un giorno gli si presentò alla porta un giovane pittore, scuro d’occhi e di capelli, dai tratti squisitamente mediterranei, un tale Modigliani, che Keller non conosceva affatto ma che un suo caro amico, frequentatore dei pittori e delle prostitute di Monmartre, gli aveva assai elogiato.
“Lei non sembra francese”, sorrise Keller indicando al pittore la postazione in cui accomodarsi.”No, sono italiano.” Ciò fu motivo di grande soddisfazione per il musicista, che adorava il caloroso modo di fare degli italiani.

Terminata l’opera, Keller diede uno sguardo al dipinto: non sapeva se quelle forme così primitive lo convincessero molto, ma globalmente era soddisfatto del risultato e intrigato dallo stile così personale del pittore. “La prego, monsieur Modigliani, si fermi per un tè. Vorrei presentarle mia moglie e mia figlia.”
Così salirono le scale che conducevano al salotto principale: qui Elsa e la giovane Lucie stavano già conversando con un terzo ospite. Il padrone di casa gestì elegantemente le presentazioni della moglie e della figlia, per volgersi poi alla terza figura, in piedi dietro il basso tavolino di legno: “Lei è Jeanne, un’amica di mia figlia”. La giovane si fece avanti senza staccare gli occhi dal pittore e gli tese la mano: “Mi chiamo Jeanne Hébuterne, piacere di conoscerla”. Modigliani strinse per un secondo la mano di lei, cercando di sostenere quello sguardo affascinante e insieme inquietante, indagatore ma anche dotato di una certa, maliziosa, selvatichezza giovanile. Imbarazzato balbettò qualcosa di insensato e Jeanne sorrise di sottecchi.
“Lucie cara” la voce di Keller s’intromise nel loro colloquio non verbale “saresti così gentile da intrattenere il nostro ospite con la Fuga in Re minore?”: la figlia si sedette ubbidiente al pianoforte e cominciò a suonare. Ma Modigliani non prestò attenzione alla musica.

 

Racconto ispirato a “Il violoncellista”, Amedeo Modigliani.

Nicolas Campagnoli

Quello che scrive (e pensa troppo). Studente di Lettere classiche, appassionato di matematica e di lingue improbabili, insaziabile lettore, amante degli aperitivi e filosofo da bar: chi avrebbe mai pensato che potesse scrivere per una rivista online?

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