La madre di Giovanna

Giovanna mi accoglieva ogni volta con una piccola bugia rituale: “Sono quasi pronta, Giorgio, aspettami lì! Ci metto solo un minuto”. Spariva così su per le scale in camera sua, dove si rifiniva il trucco leggero e sceglieva gli orecchini con cura. Io la attendevo al piano di sotto, seduto al tavolino dell’androne, da lei inebriato al punto che non protestavo per nulla in quelle attese penose.
Sua madre mi apriva la porta e sedeva poi, ogni volta, davanti a me.

Avevo temuto all’inizio che lo facesse per valutare quel giovanotto ancora imberbe, che portava la figlia al cinematografo così spesso, ma il suo sguardo mi aveva rivelato presto di non nascondere alcuna ostilità.
E forse era proprio quello il problema, il motivo del mio turbamento: quegli occhi non sembravano nascondere alcunché. Mi fissava con un’espressione dolce, indifferente, con le mani in grembo, mentre io cercavo di sembrar tranquillo e a mio agio. Azzardai una volta a fare conversazione: lei sembrò non udirmi. Mi si strinse lo stomaco, e non ritentai.
Giovanna vi fece cenno solo una volta, e con una certa stizza: “Non sta bene. Da tanto tempo”. Percepii il fastidio e non chiesi altro; ma mi domandai più volte se sua madre non si alzasse mai da quella sedia, mantenendo quell’espressione annacquata sul volto pulito e stanco.

Accadde poi un giovedì pomeriggio.
Avevo appena tagliato i capelli e mi presentai con quelli che avrei definito i miei vestiti buoni: io e Giovanna festeggiavamo cinque settimane di frequentazione (si poteva ormai dire che la amassi moltissimo).
Non appena mi sedetti ad aspettare Giovanna, gli occhi di sua madre si illuminarono: “Carlo!”, mi chiamò.
Tentennai, non sapendo cosa rispondere; sorrisi imbarazzato a quel saluto rivolto a me, ma non con il mio nome.
Il viso smunto era attraversato da un bagliore sinistro ma vivo, bruciante, che non vi avevo mai letto prima. Mi passai il palmo sui capelli appena tagliati: sembravo forse qualcun altro?
Lei allungò all’improvviso le mani, e agguantò con fermezza i miei polsi: “Ti ricordi, Carlo?”
Mi finì il cuore in gola, tutto il mio corpo si irrigidì sotto quelle dita disperate e sottili.
Continuò: “Ti ricordi, Carlo, di quell’agosto?”
Mi teneva stretto a lei e mi fissava, protesa sul tavolo. Sul volto le si era schiuso, disgustoso bocciolo, un sorriso. Forse fu per quella penosa espressione, per l’adrenalina che era esplosa nel mio corpo, o non so cos’altro, ma una voce ferma mi salì dalla gola senza riflettere.
“Sì, certo, mi ricordo.”

La folle situazione finì repentina come era iniziata.
Lei si spense come una candela, e tornò, cera morbida e inoffensiva, nella sua strana posa d’abbandono contro lo schienale della sedia. I suoi occhi, azzurri e grigi come quelli della figlia, già non mi vedevano più – Carlo o Giorgio che fossi.
E mentre i passi di Giovanna risuonavano sulle scale, la voce della madre mi arrivò flebile, velata di pianto: “Ci siamo amati così tanto”.

Tacqui il mio turbamento tutta la sera, cercando di nasconderlo nei miei soliti gesti: spostare il ricciolo della mia fidanzata dietro l’orecchio, baciarle timido la guancia, farla ridere.
Il padre di Giovanna era morto da anni, e si era chiamato Andrea.

 

 

Racconto ispirato a “Jeanne Hébuterne in maglione giallo”, Amedeo Modigliani.

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Anna Rusconi

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