C’è ancora qualcuno che ride

Mio caro Araros,

spero che il tuo viaggio verso Trezene stia procedendo nel migliore dei modi e che lì il clima sia più clemente di quello ateniese. Vorrei che mi salutassi tua moglie Santippe, che prima di mettersi anche lei in viaggio ha accudito con amore il mio vecchio e malandato corpo: che Artemide protegga i suoi passi. Assieme a questa lettera, riceverai gli appunti della mia ultima commedia: te li recapiterà il mio schiavo Caritone, che dovrebbe essere a un paio di giorni di cammino da te.
Caro figlio, ti faccio avere queste carte perché vorrei che fossi tu a curare la messinscena e a trattare con gli attori in vista delle prossime Lenee: purtroppo il medico non mi ha dato buone notizie e verosimilmente, al tuo ritorno, di me sarà rimasta solo una succinta epigrafe: “Io sono Aristofane, il buffone degli Ateniesi”. Come è la stirpe delle foglie, così è quella degli uomini, diceva Omero, e prima o poi giunge per tutti il momento di cadere: possiamo solo affidarci agli dèi.
Ma in questi giorni di riposo forzato – il medico mi ha impedito anche di portare le mie offerte al tempio -, se è vero che la vecchiaia dona la saggezza assieme a tutti gli altri malanni, mi sta assillando una domanda ricorrente, quasi un’ossessione: le mie commedie, il lavoro di tutta una vita, saranno state utili a questa città?
Ricordo con gioia le risa sguaiate degli Ateniesi quando mettevo alla berlina i sostenitori della guerra e quei boriosi dei sofisti, alcuni ridevano fino a cacarsi addosso. E poi? Uscivano dal teatro e il loro unico pensiero tornava ad essere quale poveraccio avrebbero condannato il giorno dopo in tribunale o come trovare il denaro per pagarsi le lezioni di quegli insulsi retori che fino a un attimo prima biasimavano.
Ogni anno giuravo di mandare tutti alla malora, di smetterla con questa inutile farsa del teatro, eppure, come vedi ancor oggi, ho una speranza tanto sciocca quanto inesauribile di poter dare qualcosa da pensare a quei pecoroni. Ma ormai sono così stanco… non ho più quel guizzo e quella sagacia d’una volta: la gente continua a ridere, ma quello che non ride più sono io.
Eri appena un bambino, Araros, quando ho assistito alla più cocente sconfitta della nostra città, quando ogni giorno giungevano dispacci che per lo più comunicavano i nomi dei caduti, quando le nostre navi furono affondate dagli Spartani e quando, infine, Atene fu umiliata dai trattati di pace. Eppure, mentre io mi strappavo i capelli dall’indignazione, che faceva il popolo a teatro? Rideva. Non passava loro minimamente per la testa di essere stati i primi responsabili, votando per la guerra, della morte di tanti parenti e amici, che ora i politici della peggior risma compiangono con epitaffi infiorettati.
Ma non si può dare tutta la colpa agli altri: la mia più grave stoltezza è stata credere che il riso fosse più potente e istruttivo del pianto e, sai, probabilmente un po’ ci credo ancora, sennò non avrei certo sprecato il tempo che mi rimane a riempire le carte che ti invio. Non lo so, figlio mio… Se da una parte la morte imminente mi fa dire di aver sbagliato tutto, dall’altra non posso credere di aver davvero fallito, di essere stato solo un buffone. Solo il tempo potrà decretare il valore delle nostre azioni e della nostra eredità: la cosa più confortante è che nessuno di noi conoscerà il verdetto.
Proprio ora, mentre ti scrivo, davanti alla porta di casa un bambino sta giocando da solo con dei sassolini. Li lancia per terra con foga e più polvere solleva, più sembra felice e ride, ride di gusto del suo semplice gioco. Sono sinceramente commosso che ci sia ancora qualcuno con un motivo per ridere in questa città… forse sarà la commedia buona.

Tuo padre Aristofane.

 

 

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Nicolas Campagnoli

Quello che scrive (e pensa troppo). Studente di Lettere classiche, appassionato di matematica e di lingue improbabili, insaziabile lettore, amante degli aperitivi e filosofo da bar: chi avrebbe mai pensato che potesse scrivere per una rivista online?

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