The ram

L’olmo non ti darà amore,

dalla quercia odio tu avrai,

il salice ti offrirà dolore

se a tarda ora viaggerai

(canzone popolare del Somerset)

Stava tornando a casa dai campi, all’imbrunire. Era il momento della giornata che preferiva: la luce che via via diveniva più fioca e l’ombra blu della sera che ammantava di fresco il bosco. La lama dorata del sole era appena scesa oltre l’orizzonte quando Diarmuid si accorse di essersi attardato più del solito a contemplare gli orli delle colline che si stagliavano al di sopra degli alberi, e si preoccupò: la notte avanzava veloce e poteva essere fredda e spietata. Una malattia era l’ultima cosa di cui aveva bisogno; si affrettò lungo il sentiero che portava al villaggio e al calore della sua capanna.

Mentre si faceva largo tra le felci e i faggi serrati, gli sembrò che l’oscurità si facesse sempre più densa, come se cercasse di braccarlo e di fargli perdere la via. D’improvviso mille occhi lo scrutavano da ogni cespuglio, e le lunghe e agili dita degli spriggans gli tiravano l’orlo dei vestiti. “Non essere ridicolo” borbottò Diarmuid, “i racconti della vecchia Ann Gwydd ti hanno condizionato. È solo il buio che fa scherzi strani alla tua mente. Fila a casa che va tutto bene.”

Non aveva ancora finito il pensiero quando il suo istinto lo costrinse a fermarsi con le orecchie tese: qualcosa era cambiato, così repentinamente da risultare quasi una sensazione fisica. In ansioso ascolto, Diarmuid cercava di capire cosa fosse mutato. Quando un fruscio risuonò rumoroso come un albero che si spezza sotto un fulmine, l’uomo capì: era il silenzio che l’aveva avvolto, assoluto e soffocante come un mantello stretto intorno al viso. Ogni uccello, ogni ramo, ogni foglia era congelato dal terrore, persino il vento taceva.

Nel retro della mente di Diarmuid risuonava come un mantra la voce della vecchia Ann Gwydd, la strega del villaggio, toccata dalla Cailleach, la vecchia dell’inverno: “Nel periodo di Samhain, la notte reca la morte”. Le gambe gli si erano pietrificate, e il respiro affannoso sembrava una tempesta nella vegetazione immobile. Strinse convulsamente il bastone di iperico che si tramandava nella sua famiglia di padre in figlio, “contro il Male e le creature eldritch”.

Clop

Un solo passo, il rumore di uno zoccolo sulle pietre del bosco e l’intera foresta trattenne il fiato. Di fronte a Diarmuid, dal sentiero che portava allo stagno in cui i bambini facevano il bagno giocosi e ridanciani nei pomeriggi estivi, emerse un’ombra.

Circondato da cespugli un muso di capra fissava l’uomo.

Una lunga striscia di pelo bianco ne percorreva il centro, dalle froge allargate per annusare l’aria di vetro alle immense corna ritorte; il resto del pelo ispido si confondeva con il nero delle foglie, e gli occhi gialli dalle pupille piatte e maligne sembravano sospesi nell’oscurità.

Scuotendo lentamente la testa, il caprone emerse come scivolando dalla macchia e si avvicinò a Diarmuid. Quando gli fu abbastanza vicino, l’uomo poté sentirne il fiato putrido di palude e scorgerne le alghe che ne incrostavano i fianchi. L’uomo mosse il bastone e le pupille orizzontali si fissarono sul legno. Gli occhi si sgranarono e un urlo di scherno e rabbia proruppe dalla creatura. Impennandosi bruscamente, l’ariete indietreggiò di qualche passo e il terrore di Diarmuid si spezzò, sostituito da una speranza disperata: si gettò sul sentiero a capofitto, correndo con tutte le sue forze senza guardarsi indietro e stringendo il bastone per non perderlo. Ma dietro di lui, regolari e inesorabili, risuonavano i passi del fuath.

Quando finalmente il sentiero si aprì sotto i piedi di Diarmuid, divenendo la strada del villaggio, e gli alberi si diradarono, l’uomo tirò un sospiro di sollievo. Ma nel guardarsi indietro, finalmente, per controllare che l’incubo fosse finito, vide che il viso di capra era sempre lì. Lo fissava come per trascinarlo di nuovo nel folto dell’ombra, lontano dalla protezione del ferro e del sale che circondava il villaggio e che allontanava le creature eldricth della notte. Tremando aggrappato al suo bastone di iperico, Diarmuid fissò ancora per un attimo il caprone: le labbra tumide si aprirono in un sorriso, scoprendo una chiostra di denti gialli e appuntiti, grondanti saliva.

Diarmuid si volse e volò verso il cancello, senza girarsi più.

Annunci
Claudia Campana

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...