Venezia 2018 | Day Ten

Siamo giunti alla fine. Con solo il film di chiusura ancora da vedere, il Concorso di Venezia75 si è concluso.

A chiudere le danze è stato Zan (Killing) del giapponese Shinya Tsukamoto, storia di un ronin, un guerriero senza padrone. che cerca di rimettere in piedi la sua vita lavorando in una fattoria. Ma il Giappone della seconda metà dell’800 è in tumulto e il giovane dovrà compiere una difficile scelta.

La pellicola è stata preparata dal regista in tutta velocità, e di questo risente in alcuni tratti, soprattutto dal punto di vista stilistico, ma il risultato complessivo è interessante: attraverso la figura protagonista, Shinya Tsukamoto riesce a mettere in scena la tensione fra il desiderio teorico di combattere e l’effettivo atto concreto, intavolando un riflessione su forza, debolezza e brutalità.

Ambientato nella campagna e nella foresta giapponese, l’opera gode di scene di grande impatto visivo, con i colori della natura a farla da padroni, insieme al rosso del sangue che fuoriesce da gole e braccia mozzate.

Lo stesso regista interpreta una delle parti principali, riservandosi il ruolo del samurai esperto e, apparentemente, imbattibile che guiderà il protagonista nel suo viaggio di crescita.


Fuori Concorso è passato, invece, l’italiano Roberto Andò con la sua nuova fatica, Una storia senza nome, ispirata al furto della Natività di Caravaggio, compiuto dalla mafia a Palermo nel 1969. A questa storia si intrecciano le vicende di Valeria (Micaela Ramazzotti), segretaria che, segretamente, scrive le sceneggiature al posto del famoso sceneggiatore Alessandro Pes (Alessandro Gassmann). La ragazza viene approcciata da un poliziotto in pensione che le racconta la storia perché la trasformi in un film e lo aiuti a scoprire la verità.

Prendendo il furto come punto di partenza, Andò mette in scena una storia sul cinema, ambientata nelle quinte della produzione e racconta il mezzo, sottolineandone i tratti, a volte esageratamente ricercati ma sempre fantastici, adatti a rappresentare una serie di eventi folli, incredibili e misteriosi quali quelli della Natività.

Il film cambia anima durante lo svolgimento, passando dall’essere un thriller scanzonato, a prendersi troppo sul serio e sfociando nella completa autoironia del finale: risulta così poco chiaro l’effettivo intento dell’autore – farci ridere o farci preoccupare?

La sceneggiatura riesce comunque a divertire in alcuni passaggi – soprattutto quelli in cui nomi e battute della storia del cinema vengono tirati in causa o quello in cui, al film nel film, viene attribuita la vittoria del Leone d’Oro a Venezia – ma, in altri, sprofonda nella banalità.

Un’opera decisamente altalenante, non aiutata dalla performance di Micaela Ramazzotti, sempre un po’ troppo sospirosa per convincere.

Tra polemiche, innamoramenti e odii siamo arrivati alla conclusione. E adesso non ci resta che aspettare le decisioni della giuria, presieduta dal vincitore dell’anno scorso, Giullermo del Toro.

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Francesca Sala

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