Venezia 2018 | Day Nine

Oggi, in Concorso, Jennifer Kent ha presentato il suo secondo lungometraggio, The Nightingale, a quattro anni di distanza dal successo di Babadook. Dire che non sia riuscita a replicare il risultato precedente  è farle comunque un complimento.

Nell’Australia del 1825, Clare (Aisling Franciosi), una giovane galeotta, si mette a inseguire un ufficiale britannico per vendicare le violenze da lui perpetrate nei confronti della sua famiglia. Prende con sé, come guida, Billy (Baykali Ganambarr), un aborigeno anche lui segnato da un passato brutale.

Qual è il modo peggiore di mostrare solidarietà con una minoranza? Fare un film come questo. La regista cerca, grossolanamente, di mettere in scena una forte protagonista, indipendente e capace di lottare con ferocia per reagire alle ingiustizie. E, per raggiungere il risultato, non fa adattare il suo personaggio femminile alle situazioni, ma crea una controparte maschile demonizzata, violenta al limite del concepibile, pronta ad ammazzare bambini a destra e manca (nelle pause tra gli stupri).

Questi ultimi giorni di Concorso hanno sicuramente deluso, ma niente aveva ancora raggiunto questo livello di approssimazione e furbizia.


Il penultimo titolo del Concorso, invece, è stato decisamente più soddisfacente.

Capri-Revolution, diretto da Mario Martone, è ambientato nel 1914 sull’isola di Capri e indaga l’incontro fra la società indigena arcaica e selvaggia, incarnata dal personaggio di Lucia (Marianna Fontana), e una comunità utopica di artisti europei, ispirata a quella realmente esistita e fondata dal pittore Karl Wilhelm Diefenbach.

Conclusione della trilogia ideale composta da Noi Credevamo e Il giovane favoloso, questo film prende le mosse da una società rurale, primitiva, in cui l’arrivo dell’elettricità viene salutato con grandi fanfare, e, attraverso il personaggio di Lucia, semplice capraia curiosa e pronta a vestire panni diversi da quelli che la famiglia le cucirebbe addosso, mostra l’apertura a un diverso modo di vivere, fondato sulla libertà, l’arte, l’amore per la natura.

Nonostante alcuni passaggi risultino un po’ forzati, l’affresco generale è positivo e riesce a restituire un’interessante riflessione sul rapporto fra natura e progresso, sulle varie forme che l’arte può assumere e sulla crescita individuale e collettiva.


Fuori Concorso è stato invece mostrato Shadow di Zhang Yimou, wuxia caciarone che accompagna la consegna del Premio Jaeger-Lecoultre “Glory to the Filmmaker 2018” di cui sarà insignito stasera il regista cinese.

Nel periodo dei Tre Regni (220-280 d.C.), in Cina, le guerre e le lotte interne erano all’ordine del giorno. Per affrontare la costante minaccia, i re e i nobili della corte arruolavano segretamente delle “ombre”, sosia disposti a morire per i loro padroni, e l’opera racconta la storia di una di loro.

Il regista, candidato all’Oscar per La foresta dei pugnali volanti (2004), mette in scena una classica storia di cappa e spada, senza troppi guizzi o trovate originali dal punto di vista narrativo. A livello stilistico, Zhang Yimou sceglie, invece, una fotografia completamente satura, praticamente ridotta al bianco e nero, con aggiunte di rosso per il sangue nelle spettacolari – e tamarre – scene di combattimento.

La pellicola diverte il giusto, annoia a tratti e si dilunga eccessivamente sul finale, ma rimane un prodotto godibile e una benvenuta distrazione.

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Francesca Sala

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