Venezia 2018 | Day Eight

22 Luglio 2011.

Negli ultimi anni le date degli attentati terroristici si sono moltiplicate, ma questa, per l’Europa in particolare, è difficile da dimenticare: il 22 Luglio del 2011 Anders Behring Breivik ha prima sistemato un’autobomba nel centro di Oslo, vicino ai palazzi del governo, e poi si è diretto verso l’isola di Utøya, dove era in corso un campus organizzato dal Partito Laburista Norvegese, e ha cominciato a sparare a tutti i ragazzi presenti.

Paul Greengrass racconta proprio questi eventi nel suo nuovo film 22 July, scegliendo poi di proseguire la narrazione concentrandosi sul modo in cui la Norvegia ha reagito agli attentati.

Usando lo svolgersi del processo come collante narrativo, la pellicola mostra le vicende di uno dei sopravvissuti (Viljar, intrepretato da Jonas Strand Gravli), dell’avvocato (Jon Øigarden) appuntato a difendere Breivik e dello stesso attentatore (Anders Danielsen Lie), cercando di tirare le fila di uno dei più efferati attacchi all’Europa e ai suoi ideali.

Il regista, mantenendo uno stile molto rigoroso e senza dedicare troppo tempo alle stragi o a passaggi pietosi – per esempio non mostra nemmeno un funerale – cerca di riportare i fatti, ispirandosi al libro Uno di noi (2016) di Åsne Seierstad, in modo da mettere in guardia gli spettatori attuali su ciò che è davvero pericoloso di una tragedia come questa: per quanto la ferocia di Breivik si sia espressa in maniera materiale, infatti, i momenti in cui risulta più terrificante sono proprio quelli del processo, quando spiega lucidamente le ragioni dietro le sue azioni.

Con queste sequenze Greengrass riesce a porre sotto i riflettori gli aspetti più collegati alla propaganda e alla teatralità di un personaggio come Breivik, armi a doppio taglio in una società moderna che la Norvegia è stata, invece, piuttosto capace di combattere: mantenendo il processo dal trasformarsi in uno show, rispettando i diritti dell’imputato e la legge ed evitando che il governo in carica fosse dato in pasta agli squali mediatici ma ordinando comunque un’indagine interna per stabilire quali errori fossero stati commessi, i norvegesi si sono dimostrati un popolo adulto e cosciente del peso dell’accaduto – e il tono del film rispecchia questo atteggiamento in pieno.

Unica pecca è il casting per il ruolo del terrorista: Anders Danielsen Lie, che fa comunque un ottimo lavoro, ha tratti che paiono più medio-orientali che nordici. Possibile che sia stata una scelta ponderata, una volontà di dimostrare come la fisionomia non sia collegata a vedute e azioni di una persona, ma il primo impatto è particolarmente stridente e fa storcere il naso allo spettatore.

Le sorti del Concorso sembrano essersi risollevate, dopo gli abissi di ieri. Ora non resta che aspettare gli ultimi titoli e prepararsi per i premi.

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Francesca Sala

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