Venezia 2018 | Day Seven

L’entusiasmo di ieri è stato un po’ smorzato dalla giornata di oggi, segnata da opere decisamente meno folgoranti.

In Concorso è stato il turno di Acusada, di Vox Lux e di Opera senza autore.

Acusada è un film dell’argentino Gonzalo Tobal, incentrato sullo svolgimento del processo contro Dolores Dreier, accusata di aver ucciso la sua migliore amica.

La vicenda viene trattata in modo piuttosto classico, costruendo la suspence fino al momento finale, per mantenere alta l’attenzione dello spettatore. E, se da questo punto di vista, l’opera funziona, è sul resto che si hanno dubbi: lo stile registico, soprattutto, risulta incredibilmente amatoriale, con passaggi che ricordano gli horror di serie Z.

Da notare il breve – e viscido – cameo di Gael García Bernal e la discreta performance della protagonista Lali Espósito, star pop in patria, piuttosto capace di reggere sulle spalle il tono drammatico degli eventi.


Sempre in Concorso, è stato presentato Vox Lux, secondo lungometraggio di Brady Corbet, vincitore del premio come miglior regista a Orizzonti nel 2015. Questa nuova pellicola ha come protagonisti Natalie Portman, una complessa e problematica popstar, e Jude Law, nel ruolo del manager musicale.

Il film segue la sua parabola, dal tragico evento che le segna la vita fino all’età adulta e al consolidamento di certi suoi atteggiamenti.

Corbet cerca di prendere di petto alcune delle tematiche più scottanti dell’attualità e di affrontarle attraverso una figura stratificata, prima angelica poi distruttiva, mutata dalle circostanze e dalle relazioni.

Il risultato, però, non è ottimale: dal film, infatti, traspare una forte critica verso l’atteggiamento frivolo, menefreghista, anche crudele, che pervade la nostra società; questo però non è accompagnato da alcun tentativo di proporre soluzioni. La narrazione sfiora questi temi in maniera piuttosto superficiale, dando più spazio a deliri isterici o lunghe sequenze di esibizioni – su tutte quella conclusiva, decisamente troppo estesa.

Quello che rimane è, quindi, un prodotto altalenante, capace anche di sequenze di impatto, ma più concentrato sull’apparire che sull’essere.


Opera senza autore è il terzo film della giornata, firmato da Florian Henckel von Donnersmarck, panoramica sulla Germania, dal 1937 in poi, mostrata attraverso le vicissitudini di Kurt Barnert (Tom Schilling), piccolo bambino quando lo incontriamo e artista affermato sul finale.

La pellicola, che sfiora le 3 ore e 10 di durata, pecca di eccessiva pesantezza e prevedibilità narrativa, e di soluzioni stilistiche che sono al limite dell’accettabile. Per un’opera che si propone di analizzare un trauma nazionale attraverso gli occhi di un singolo individuo non si possono contemplare scivoloni e colpi di scena banali, più adatti forse all’universo delle soap-opera.


Piccola coda per menzionare il buddy-cop movie presentato ieri sera Fuori Concorso: Dragged Across Concrete, seconda presenza di fila del regista Craig S. Zahler a Venezia – l’anno scorso aveva portato il magnificamente violento Brawl in Cell Block 99 – e opera capace di intrattenere e, in parte, far anche ragionare sulle divisioni interne agli Stati Uniti, in particolare sui rapporti fra poliziotti e persone di colore e fra ricchi e poveri.

Con Vince Vaughn e Mel Gibson in grande spolvero, si è aggiudicato il premio di proiezione più caciarona del Festival.

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Francesca Sala

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