Passano i giorni e la selezione di questa Venezia75 non smette di sorprendere. Tra Concorso, Orizzonti e presentazioni Fuori Concorso, i titoli continuano a essere diversi gli uni dagli altri, interessanti, pieni di spunti: il mezzo cinematografico sta dando – praticamente sempre – il suo meglio.

Praticamente sempre perché, purtroppo, ci sono anche prodotti che non riescono a colpire nel segno: il perfetto esempio è La profezia dell’armadillo, tratto dall’omonima graphic novel scritta da Zerocalcare, e affidato all’esordiente Emanuele Scaringi.

Un lutto sconvolge la vita del precario ventisettenne Zero (Simone Liberati) e lo porta a ripercorrere gli anni dell’adolescenza, nel vano tentativo di razionalizzare l’accaduto.

Le infinite citazioni di personaggi della cultura pop, Rebibbia, le paranoie e la delicatezza: tutti i tratti distintivi dello stile di Zerocalcare erano già identificabili nella sua graphic novel d’esordio e la speranza era che si trovasse la chiave giusta per tradurli nel linguaggio cinematografico. Così non è stato: sono parecchi i dettagli stridenti, ma, su tutti, ciò che manca è proprio una sensazione di fondo, una pesante leggerezza, densa di significato e capace di rendere il suo personale universale.

Unica nota davvero positiva è la performance del figlio di Sergio Castellitto, Pietro, impegnato nel ruolo di Secco, amico e confidente stralunato del protagonista.


At Eternity’s Gate, ultima fatica di Julian Schnabel, racconta il periodo passato in Provenza da Van Gogh (Willem Dafoe), dal rapporto con il fratello (Rupert Friend) e con Gauguin (Oscar Isaac) fino alla tragica morte.

Alberto Barbera, nella conferenza stampa di presentazione del programma, aveva dichiarato che “non si sarebbe più riusciti a pensare a Van Gogh senza pensare, allo stesso tempo, al volto di Willem Dafoe”. La conferma è arrivata oggi con questa pellicola completamente costruita sulle spalle dell’attore che dona la giusta vulnerabilità a un personaggio così famoso.

Con un occhio ovviamente rivolto allo stile del pittore, il film usa i colori del paesaggio in maniera perfetta, dimostrandosi così capace di restituire e di dare un senso alla smania di Van Gogh per la ricerca di un nuovo tipo di luce, lontana dalla nebbia e dal fumo parigini.

Schnabel prova a mettere in scena una versione inedita del pittore – rifacendosi anche a nuove ipotesi, non corroborate da fonti precise, sulle circostanze della morte – costruendone la figura attraverso i rapporti con gli amici, il fratello e i dottori che lo aiutano negli ultimi anni di vita. La pellicola, però, risente, in alcune sequenze, di un’eccessiva lentezza e verbosità che appesantiscono l’apparato visivo e intaccano il risultato finale.


Il tramonto di un mondo, di uno stile di vita, di una società; la nascita di qualcosa di potente e inafferrabile.

Sunset, secondo lungometraggio dell’ungherese László Nemes, tornato dietro la macchina da presa dopo il successo del suo film d’esordio, Il Figlio di Saul (2015), fotografa il clima della Budapest del 1913, sospesa tra il suo essere capitale di un impero e, insieme, teatro dei primi focolai rivoluzionari.

Il regista segue – in maniera letterale: la camera non la perde quasi mai d’occhio – le travagliate vicende di Írisz Leiter (Juli Jakab), ereditiera ostracizzata dal negozio di modisteria di famiglia, che si trova catapultata, anche a livello personale, nel cuore della violenza che si diffonde per la città.

Nemes, dopo aver raccontato gli orrori dell’Olocausto, ci mostra l’Europa sull’orlo dello scoppio della prima Guerra Mondiale, irrequieta e caotica polveriera, e lo fa sovrapponendo la Storia con la vita di una giovane qualsiasi, resa così figura paradigmatica di un’intera generazione.

Attraverso lunghe sequenze labirintiche, il regista mette in scena il percorso di scoperta di Írisz che parte come pecorella smarrita, appena arrivata nella grande città, e progressivamente acquista consapevolezza e glacialità, staccandosi dalle sue frivole coetanee per arrivare, infine, a incarnare lo spirito della lotta e del combattimento che, di lì a poco, si sarebbe rivelato necessario.

Sunset è un film potente, stimolante, capace di affrontare la Storia senza lasciarsi sopraffare, è recitato in maniera egregia e girato con uno stile personale, riconoscibile e travolgente che trasporta lo spettatore al centro della vicenda, riuscendo anche nell’impresa di mantenere alta la tensione e l’attenzione per le due ore e venti di durata.

Un vero gioiello, la conferma di un giovane autore e uno dei candidati più quotati nella corsa verso il Leone.

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