Venezia 2018 | Day Four

Tra il 1819 e il 1977, tra il Regno Unito e la Germania divisa dal Muro, tra Peterloo e Suspiria.

È stata una giornata di salti e riflessioni storiche al festival.

Peterloo di Mike Leigh narra la tristemente famosa vicenda del massacro di Peterloo, nel quale un numero imprecisato di civili perse la vita durante una manifestazione, organizzata per chiedere un ampliamento del suffragio. Questo episodio viene considerato uno dei momenti fondanti della democrazia britannica, dal momento che giocò un ruolo fondamentale nel varo del Great Reform Act nel 1832.

Con un cast che mescola veterani del panorama inglese – soprattutto teatrale – a nuove leve, la rappresentazione della Manchester del XIX sec. è rigorosa e straziante, piena di una speranza che non vuole morire, anche quando non rimane più nulla.

Mike Leigh sceglie di mantenere uno stile senza fronzoli nell’approcciarsi a una materia così delicata e di tale risonanza per l’attualità: l’idea di una massa che si aggrega e protesta per i propri diritti sembra appartenere al passato, quando invece i collegamenti con il nostro tempo sono più lampanti che mai.

Nonostante, purtroppo, un’eccessiva verbosità e una durata sicuramente esagerata, che penalizzano in modo netto il prodotto finale, il film riesce nell’intento di risvegliare le nostre menti dormienti e forse, addirittura, di riaccendere in noi una piccola scintilla di coscienza civile.


 

La seconda riflessione storica è meno immediata, spettacolarmente sepolta in un complesso apparato di danza, arte, orrore ed esoterismo.

Luca Guadagnino presenta il suo nuovo film, dopo il successo strepitoso di Call Me By Your Name, e non si tratta di un’opera qualsiasi: il regista torna, infatti, a Venezia con l’attesissimo remake di Suspiria di Dario Argento, progetto e scommessa di una vita.

Primo dettaglio importante da tenere a mente: non ci troviamo davanti al solito remake di un film ma a un’opera che vuole omaggiare le potenti sensazioni provate durante la visione dell’originale. È lo stesso Guadagnino ad averlo dichiarato esplicitamente e già dalla scelta dell’anno in cui sono ambientate le vicende – il 1977, lo stesso in cui uscì il film di Argento – si può notare una forte impronta reverenziale. Riverenza che però non sfocia mai nel timore: Guadagnino cambia la storia, la rende sua, aggiunge e osa, lanciandosi a braccia aperte in questa sfida.

Ci troviamo, quindi, in una Berlino spaccata in due e in preda ad atti al limite del terrorismo. Affacciata sul Muro si trova la Markos Tanz Academy dove viene ammessa la giovane americana Susie Bannion (Dakota Johnson), capace di affascinare la direttrice Madame Blanc (Tilda Swinton) con il suo talento. La scomparsa di una delle alunne, poi seguita da una serie di altri episodi non facilmente spiegabili, destabilizza, in diversi modi, le allieve della scuola.

L’opera di Guadagnino si propone di affrontare argomenti quali la pericolosità dell’affiliazione cieca a un culto, la facilità con cui può essere manipolata la massa, la fumosità e l’orrore che si celano dietro la ricerca di potere, e lo fa con cura e puntualità, arrivando a includere rimandi all’Olocausto, come a voler sottolineare le vette che la tirannia può raggiungere. Ma non solo: si potrebbe parlare a lungo del modo in cui la figura femminile e materna viene rappresentata in Suspiria, senza confini né costrizioni, potente e carnale, ammaliante e crudele.

Per mettere in scena tutto questo Suspiria guarda a linguaggi espressivi paralleli a quello del cinema – quali quello della danza e quello della videoarte – per creare un apparato di rimandi e simboli complesso, denso, ambizioso. Le riprese dei balletti possono far tornare alla mente le performance di Pina Bausch; le sequenze delle visioni, invece, possono richiamare le sperimentazioni legate alla sovrapposizione di immagini della videoarte. Il film risulta così un insieme di spunti e riflessioni che necessitano decisamente di una seconda visione per essere spacchettati a dovere.

Al cuore del progetto, comunque, troviamo un’intensità appassionante. Non rinuncia a sequenze orripilanti né all’intavolazione di discorsi teorici, sempre cercando un equilibrio – purtroppo a volte non trovato – tra queste sue anime. L’unica certezza è che non si esce dalla sala senza materiale interessante.

Le interpretazioni sono tutte all’altezza di un prodotto così impegnativo, a partire da quella di Dakota Johnson, convincente anche nelle bellissime sequenze coreografiche – decisamente tra i picchi del film -, per arrivare a quella di Tilda Swinton, mattatrice assoluta, impegnata in tre ruoli diversi e non facilmente identificabili.

L’attesa è stata ripagata. Non esattamente nel modo in cui si pensava, ma la sorpresa è ancora più piacevole per questo e porta a perdonare tutte le sbavature e le approssimazioni: scommessa vinta per Luca Guadagnino.

Le lacrime di Quentin Tarantino si sono rivelate un buon auspicio.

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Francesca Sala

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