Venezia 2018 | Day Three

Eventi che sono così epocali da risultare indescrivibili. È questa la sensazione provata a stare seduti in sala e a vedere comparire la scritta “Directed by Orson Welles” sullo schermo.

La presentazione di The Other Side of the Wind, il film incompiuto che Welles girò tra il 1970 e il 1976, è avvenuta oggi al Festival di Venezia. Dopo anni di problemi e conflitti per la proprietà del materiale girato, Netflix ha acquistato i diritti di distribuzione dell’opera conclusa da Peter Bogdanovich e ha dato così la possibilità agli spettatori di vedere un film di cui sicuramente si discuterà, parlerà e scriverà per parecchio tempo.

Non si possono dare giudizi frettolosi, non come si farebbe con qualsiasi altro film presentato. Per ora si può solo lasciar sedimentare, sorridendo per l’occasione di essere stati tra i primi a vedere un prodotto atteso da più di quarant’anni. Le parole verrano poi.


Non una, non due, non tre: con A Star is Born di Bradley Cooper siamo alla quarta versione della romantica storia fra una semplice ma talentuosa ragazza e un uomo affermato che aiuterà la giovane a far decollare la sua carriera mentre la sua declina.

In questa trasposizione, Ally (Lady Gaga) è un’aspirante cantante che si esibisce saltuariamente nei bar, mentre Jackson Maine (Bradley Cooper) è una rockstar che, dopo averla casualmente sentita durante una serata, si innamora di lei e decide di portarla con sè in tour.

Prende così il via un film piuttosto prevedibile, sia dal punto di vista dello svolgimento, sia da quello della resa stilistica, che procede senza guizzi fino alla conclusione – che si fa attendere: la durata di 2 ore e 15 minuti è decisamente un punto a sfavore (e pensare che, solo ieri, Cuaròn, con lo stesso minutaggio, dava sensazioni opposte).

Un’opera mediocre, quindi, non particolarmente necessaria, che ha almeno il pregio di avere una colonna sonora interessante e di farci scoprire la voce di Bradley Cooper quando canta.


Qual è il ruolo del digitale nel mondo dell’editoria? La società attuale è più attenta a ciò che scrive perché i social la portano a esprimersi più spesso attraverso la scrittura e quindi a ragionare sulle parole che si scelgono o no? Quanta differenza c’è fra la persona che siamo online e quella che siamo nella vita quotidiana?

Da queste e altre domande prende il via l’ultimo film di Olivier Assayas, Doubles Vies: due coppie di amici di mezza età si scambiano opinioni e vedute sul mutare del mondo editoriale e, in generale, della vita in tempi di invasione digitale.

Il film è un tipico divertissement francese: la sceneggiatura è ben ritmata, capace di strappare più di una risata – soprattutto per la gag ricorrente su Il Nastro Bianco di Haneke – ed è ottimamente recitata da un cast in gran spolvero, composto, tra gli altri dalla magnifica Juliette Binoche e dai “suoi” due uomini, Guillame Canet e Vincent Macaigne.

Il problema di quest’opera è la superficialità: la commedia sa ancora essere una perfetta lente attraverso cui affrontare tematiche importanti ma, in questo caso, la superficie dei temi viene appena grattata. Non ci sono proposte folgoranti, solo conversazioni che girano in tondo in modo, a tratti, anche banale: più conversazione da bar che altro e questo smorza un po’ l’entusiasmo generale.

Il film rimane piacevole da seguire ma, per tutta la carne messa al fuoco, ciò che resta allo spettatore è davvero poco.

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Francesca Sala

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