Venezia 2018 | Day Two

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Il secondo giorno di festival ci porta dall’Inghilterra del XVIII secolo al Messico degli anni ’70, presentandoci scenari e storie differenti che hanno però un comune denominatore: l’amore, esplorato nelle sue varie sfaccettature.

Si parte da The Favourite, nuovo film del – ultimamente – tanto chiacchierato Yorgos Lanthimos che si mette alla prova per la prima volta con una vicenda in costume: alla corte della regina Anna (Olivia Colman) continuano i divertimenti e l’opulenza, nonostante l’Inghilterra si trovi in guerra con la Francia e le casse dello stato siano vuote in maniera irrimediabile. Accanto alla sovrana si trova la sua fidata Sarah (Rachel Weisz), consigliera e amica di una vita; l’arrivo di Abigail (Emma Stone), seducente e ingegnosa dama caduta in disgrazia, cambierà in maniera decisiva le dinamiche di palazzo.

Amore per la patria, amore per il potere o semplicemente amor proprio: ognuno di essi è degno e va difeso con ogni mezzo possibile, fino al limite delle proprie possibilità.

Ma qual è questo limite? Le tre protagoniste – e anche i protagonisti maschili, in parte, ma con molto meno successo e una capacità decisamente superiore di ricoprirsi di ridicolo – si mettono alla prova a vicenda, attraverso un delicato gioco di sotterfugi e manipolazioni.

Il film diverte e intrattiene, grazie a una sceneggiatura densa di battute e rimbecchi degni di nota, ed è capace di mettere in scena dei conflitti credibili, nonostante i secoli di distanza.

Peccato per la durata – due ore piene, di cui gli ultimi venti minuti pesano in maniera particolare – e per alcune ripetizioni; l’opera rimane comunque un prodotto godibile, avvalorata in modo specifico dalle ottime interpretazioni delle tre attrici protagoniste, ritratti vibranti dei vari tipi di femminilità.


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Lettere d’amore a tinte velate.

Cuarón usa mani delicatissime per mettere in scena le memorie delle donne che l’hanno cresciuto e l’hanno formato e il suo affetto è palpabile in ogni singola inquadratura.

Roma è la nuova fatica del regista messicano dopo il premiatissimo Gravity (sempre presentato a Venezia nel 2013) e segna il suo ritorno alla terra natia.
Per il regista si tratta del progetto di una vita: la trama ripercorre in buona parte tratti dell’infanzia di Cuarón, torna nei luoghi in cui è cresciuto ed è ambientata nel periodo storico e politico che ha fatto da sfondo al suo sviluppo.

Nel quartiere Roma di Città del Messico, una famiglia apparentemente felice deve affrontare un’assenza inaspettata. A rivelarsi il collante necessario per tenerli uniti è Cleo, domestica tuttofare, le cui vicende personali si accompagnano a quelle della famiglia.

Regista, sceneggiatore, produttore, direttore della fotografia e montatore: Cuarón ha lasciato la sua impronta in ogni angolo di questo lungometraggio e il risultato è una commovente ode alla forza dei legami affettivi che si creano, casualmente e inevitabilmente, con persone esterne al nucleo familiare.

Gli attori quasi tutti esordienti, un bianco e nero pulito e accecante, le lunghe inquadrature e l’ambientazione dettagliata anche dal punto di vista sociale e politico sono tutti elementi che in qualche modo ricordano la corrente neorealista.

La potenza del progetto è sicuramente a quel livello. Il coinvolgimento è totale, sin dai titoli di testa, e cresce sempre più con lo scorrere della pellicola. Nei quaranta minuti finali, poi, si arriva a un’esplosione di emozioni continua che accompagna lo spettatore e gli fa quasi venire voglia che il film continui ad libitum – e non è una banalità, considerando che l’opera già di per sé dura 2 ore e 15 minuti.

Nonostante il passaggio di The Mountain di Rick Alverson, così poco degno di nota che si merita solo una breve menzione e nulla di più, il concorso sembra puntare sempre più in alto. E le sorprese dovrebbero essere appena iniziate.

Francesca Sala

2 risposte a "Venezia 2018 | Day Two"

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