Soli in due

Si erano conosciuti quella sera stessa, quando lui l’aveva vista sola e pensierosa, seduta al bancone con la sua birra. Avrà avuto una decina d’anni più di lui, ma l’espressione era giovane e l’età tradita solo dalle rughe sottili intorno agli occhi un po’ malinconici. L’aveva avvicinata d’impulso, vergognandosi un po’ della propria sfacciataggine e sperando di non fare una figura di merda. “ Ciao, sei sola?” le aveva chiesto, e lei aveva alzato sorpresa gli occhi dal boccale di birra che stava osservando come se volesse tuffarcisi dentro. “Sì” aveva risposto, e poi: “Non avevo voglia di compagnia, ma neanche di stare a casa da sola.”

“Ah, allora ti lascio ai tuoi pensieri, non volevo disturbare. Mi sembravi triste e sono qui da solo anch’io…” poi gli era mancato il coraggio di continuare e si era voltato. Cosa l’aveva posseduto, solo Dio lo sapeva.

“Aspetta!” lo aveva richiamato lei, raddrizzandosi un po’ sullo sgabello. Gli aveva sorriso e lui aveva distrattamente pensato che era davvero una bella donna, ancora sottile, con il caschetto moro un po’ sbarazzino e i vestiti scuri da ragazza. “Non intendevo dire che dovevi andartene. È un po’ cliché ma possiamo essere soli in due.” Si era spostata per fargli posto e lui si era seduto al suo fianco. Per un po’ erano rimasti in silenzio, poi lui si era buttato e le aveva fatto la prima domanda di circostanza. Da lì la conversazione aveva preso velocità, anche se un po’ impacciata: come ti chiami, che cosa fai nella vita (non quanti anni hai, mai chiedere l’età a una signora), vieni spesso qui… le solite cose.

Erano fuori dal pub a fumare sotto una pioggia sottile quando si era permesso di farle la domanda che gli premeva sulla lingua da un po’: “Come mai eri così malinconica stasera?” C’era stata una pausa in cui si era sentito sull’orlo di un precipizio, poi le spalle di lei si erano rilassate come se liberate di un peso e aveva iniziato a parlare. Lui non aveva neanche prestato particolare attenzione alle parole: l’aveva guardata negli occhi e ci aveva trovato tutto quello che aveva bisogno di sapere. Aveva occhi magnifici: grandi, scuri, vivi. Gli era sembrato in quel momento di capirla senza aver bisogno di spiegazioni. Non sapeva quale espressione avesse fatto, ma lei si era improvvisamente fermata e lo aveva guardato con intensità, osservandolo forse davvero per la prima volta. Qualcosa era passato tra loro, una comunicazione silenziosa che di tacito accordo avevano deciso di non riconoscere.

Ma col passare delle ore la donna che gli stava di fronte gli sembrava sempre più quotidiana: era come se facesse parte della sua vita e dei suoi pensieri da sempre, una presenza così conosciuta e naturale da risultare quasi spaventosa. La stava guardando ridere quando si era mosso quasi d’impulso: le aveva preso il viso tra le mani e l’aveva baciata davanti a tutti. Lei aveva fatto un piccolo suono di sorpresa e poi l’aveva abbracciato stretto, affidandosi a lui senza esitazione alcuna. Quando si erano separati un po’ senza fiato gli aveva sorriso, e le sottili rughe d’espressione intorno ai suoi occhi gli avevano detto che non c’era da preoccuparsi, che il suo gesto era benvenuto, aspettato, desiderato.

Gli sembrava ora di non poter staccare gli occhi da lei, di non poterle stare lontano neppure per un attimo, di doverla toccare sempre per essere sicuro di mantenere quella connessione stranissima che stava tra loro nell’aria, ingombrante e benvenuta. Già il proprietario del pub li aveva guardati in modo strano un po’ di volte, probabilmente sorpreso di vederlo così intraprendente, lui che solitamente era così timido e schivo, ma la tranquillità che gli era scesa nel petto lo aveva reso sicuro di sé. Il sorriso consapevole intravisto negli occhi della cameriera si rifletteva luminosissimo in quelli della sua compagna, e lui l’aveva stretta un po’ di più.

“Che cosa strana questa”, aveva pensato mentre rollava l’ennesima sigaretta e rideva con la donna sottile che gli stava appoggiata contro “Se le chiedessi di salire da me dopo? Troppo presto? Troppo strano? Non voglio rovinare questa…questa cosa.” Ma quando si era voltato verso di lei e aveva incrociato i suoi occhi scuri e sorridenti, tutto quello che gli era uscito di bocca era stato “Andiamo a casa?” come se fosse normale camminare fianco a fianco fino al suo condominio, salire le scale, condividere la notte e il mattino, i mesi, gli anni e il futuro.

Lei aveva sorriso con tutto il corpo e per tutta risposta gli aveva preso la mano, aspettando che finisse la sigaretta e la portasse con sé.

 

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Claudia Campana

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