Se non fosse stato per la morte di suo padre, G. non avrebbe più messo piede in Italia. Se ne era andato di casa un uggioso mattino di novembre: erano ormai sette anni che non tornava nella sua città e due che si sentiva col genitore solo per Natale e i rispettivi compleanni: Quando tornerai? c’era scritto in calce ad un messaggio di auguri Bho, probabilmente mai. E invece alla fine aveva preso quel maledetto volo, non ci credeva nemmeno lui eppure la hostess aveva annunciato l’imminente atterraggio e G. s’era sentito stringere lo stomaco.

G. odiava suo padre, non era mai riuscito a perdonargli di avere avuto un’altra donna mentre la madre stava morendo, ma soprattutto di non aver mai avuto il coraggio di dirglielo. E G. aveva sofferto, com’era ovvio, ma non gli era mai passato per la testa di andarsene. Fino ad una mattina di quell’uggioso novembre, durante la colazione: G. aveva alzato gli occhi dalla tazza di caffè e si era trovato davanti un estraneo, un uomo che chiamava papà solo per abitudine. Fu come se in quel preciso istante avesse intuito la misura dell’immensità che separa il cielo dalla terra, come se avesse capito che quello era il redde rationem della sua esistenza. Tre giorni dopo, solo con uno zaino, lasciava casa.

Quando le nubi si diradarono e fece capolino la monotonia della pianura, G. ripensò alla distanza che separa il cielo dalla terra e che ora separava la vita dalla morte.

Foto di Camilla Albertini

 

 

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