Nella sua distopia ambientata nel 1984, George Orwell aveva immaginato i due minuti d’odio. Chissà se ci crederebbe che invece, nel 2018, bisognerebbe inventare i due minuti di amore. Siamo arrivati ad un punto in cui l’odio permea fisiologicamente ogni occasione del quotidiano e ha quantomai bisogno di situazioni in cui essere alimentato maggiormente. L’odio è diventato mainstream. La sinistra è ormai arroccata nel dare la colpa al populismo dei vari Salvini, Orbán, Mélenchon. Ma questa staticità, questo criticare dall’alto, sembra quasi offrire il fianco a questi propagatori d’odio. Il concetto di populismo è tanto utilizzato quanto non definito. Se si dovesse spiegare il significato di questa parola tanto inflazionata si andrebbe in difficoltà. La Treccani dice: “atteggiamento ideologico che esalta in modo demagogico e velleitario il popolo come depositario di valori totalmente positivi”. Ma tradotto in concetti che significa? Il risultato è che il termine populismo o l’aggettivo populista vengono utilizzati in modo allusivo, mancando un’analisi che colleghi i fatti all’utilizzo delle parole. In questo modo “populista” è ridotto ad un insulto retoricamente raffinato. Se la sinistra non fosse, ahimè, intellettualmente spocchiosa, direbbe che Kurz, Erdogan e Nigel Farage sono stronzi, non populisti. Eleganti o terra a terra, i confronti tra destra e sinistra non sono discussioni volte al confronto e allo sviluppo, ma odiosi battibecchi. Ergo odio contro odio; odio da entrambi i lati; odio ovunque.
Eppure, la situazione dieci anni fa era tanto diversa? No. E prima ancora? Neppure. Nonostante le differenze economiche e sociali, e il quadro politico di riferimento, le radici di questa ferocia sono palesi fin da quando l’uomo ha iniziato a provare a consociarsi.
La questione è estremamente complessa e lungi da me l’arrogarmi la capacità anche solo del spiegarla esaurientemente, figurarsi del risolverla. Occorre invece procedere pezzo per pezzo, concretamente, ognuno aggiungendo una suggestione per comprendere meglio il punto in cui siamo.
A tal proposito, con questo editoriale vorrei però che la parola “odio” fosse sostituita con “cattiveria”. Trovo che questo vocabolo, utilizzato in un sostrato più che altro infantile sia più efficace di definizioni più forti e adulte come violenza, ferocia o lo stesso odio. Lo faccio perché mi sembra più proporzionale e più giusto che molti dei fenomeni di questi anni siano privati della nobilitazione rovesciata che queste altre parole si sono conquistate nella percezione comune. Basta leggere una manciata di commenti ai post di Salvini per rendersi conto del grado di infantilismo e vittimizzazione che si respira: la colpa è sempre altrove, e anzi ben collocata: “noi” siamo vessati, tartassati, massacrati, esasperati. Solo l’inettitudine data dall’immaturità di un bambino può vedere in disperati che scappano da guerre terribili, che arrivano in un paese senza supporto e senza saperne la lingua, una minaccia. Sarebbe questo, sebbene velleitariamente e demagogicamente, un valore del popolo da portare avanti? Ciò significherebbe che essere populista equivale ad essere delle tate che straviziano i loro pargoli. Ma a questo punto è fondamentale capire, prima di usare il termine populismo, se i politici fanno nascere la paura o ne sono i burattinai. La cattiveria nei confronti dei più deboli sta diventando un’ovvietà quando ancora non si sa se è il popolo-bambino che va a piangere dalla tanta o se è la tata che dice al moccioso di fare attenzione ai migranti che sono cattivi. La risposta più probabile è il circolo vizioso, il dualismo, il simul stabunt simul cadent. Portati fuori dalle dinamiche familiari, Freud e il suo complesso di Edipo non perdono nulla di quello che vogliono dirci: nel subconscio di ognuno vi è un amore morboso e una rivalità che non presenta soluzioni se non con la morte.

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