L’arredatrice di inferni

(Estratto dalla prima seduta dallo psicologo)

– … e insomma, per farla breve, ho deciso di lasciare questo mio fidanzato, Gustavo.

– Perché? Cosa l’ha spinta a una decisione tanto drastica?

– Eravamo… siamo troppo diversi… Lui è un broker tutto fissato con la carriera, i soldi, i beni materiali, completamente egoriferito… Io invece sono cresciuta con i valori del cattolicesimo di sinistra, anche se poi s’è estinta la mia fede cattolica ed è rimasto il pensiero progressista.

– Mi spieghi meglio.

– Sono una convinta progressista e questo si evince chiaramente da alcuni miei comportamenti… Per esempio, tempo fa vivevo in un appartamento in zona centro. In questo palazzo vigeva una consuetudine aberrante, spregevole, molto classista… Il palazzo aveva due ingressi, uno davanti e uno sul retro: bene, i condomini potevano entrare dall’ingresso principale, invece le persone di servizio, come colf e badanti, dalla porticina sul retro… Ebbene, da anni mi avvalgo dell’aiuto di una filippina che mi fa i mestieri e mi segue fedelmente nei miei vari traslochi… Insomma, mi sono battuta perché lei e le altre persone di servizio potessero entrare dal portone principale.

– E ha vinto questa sua battaglia?

– No, mi sono dovuta trasferire in un palazzo un po’ distante dal centro… ma, si sa, in questo paese la sinistra è minoritaria.

– Non gliel’ho ancora chiesto: lei che lavoro fa?

– L’arredatrice di interni, ma con un afflato di sinistra.

– In che senso?

– Nel senso che io arredo sì le case dell’altissima borghesia, quelle del Bosco Verticale per esempio, ma faccio anche la volontaria per un’associazione che si chiama La bellezza salverà il mondo. Ha presente? Quel verso di Vinicio Capossela, credo.

– No, veramente è una frase di Dostoevskij.

– Va be’, faccio sempre confusione fra i cantautori… Comunque, presto la mia alta professionalità a persone che vivono in quartieri degradati: vado nelle loro case, fornisco a titolo assolutamente gratuito dei consigli su come rendere più gradevoli i monolocali in cui di solito vivono in sei o sette persone… Che so io, sdrammatizzare l’ambiente tetro con delle tende a motivi etnici, eliminare molta paccottiglia come brutti souvenir da autogrill che di solito infestano le loro mensole, spiego i principi del feng shui

– E di solito seguono i suoi consigli?

– Di solito mi mandano a cagare.

(Estratto dalla terza seduta)

– … così ho pensato di andare a trovare mia mamma e mia nonna. Loro vivono ancora nella casa dove sono cresciuta, sul lago di Como.

– E cosa è successo che l’ha turbata tanto?

– Quando sono arrivata loro erano… stavano mangiando e a capotavola c’era un uomo…un uomo di colore.

– Chi è quest’uomo?

– Un migrante.

– Perché era a casa di…

– Lo stavano ospitando, anzi lo ospitano. Il parroco del paese che gestisce il centro di accoglienza per migranti ha chiesto alle persone che frequentano la chiesa se qualcuno fosse disposto ad ospitare uno di questi, di queste persone, di questi rifugiati, di questi cosi…

– Mi sembra un’iniziativa lodevole, no?

– Sì, ma proprio a casa mia?

– Qual è il problema?

– Il problema è che lui non fa niente tutto il giorno… Mia mamma e mia nonna gli preparano dei grandi piatti di pasta, mettono la pasta nelle insalatiere. Di pomeriggio gira per il paese in bici, oppure passeggia mollemente per le strade in ciabatte, con le ciabatte del mercato, marca Madigan. E ha quei denti bianchissimi, fastidiosi… l’altra…l’altra domenica sono andata a casa della mia famiglia per il pranzo, mi sembrava bella l’idea di una gita con queste giornate di sole che sta facendo ultimamente… Sono passati solo tre mesi dalla prima volta che ho visto quell’energumeno scansafatiche… Quando sono entrata in casa lui ha avuto l’ardire di abbracciarmi come fossi una di famiglia, ma io non ho ricambiato l’abbraccio, sono rimasta con le braccia lungo i fianchi, inerte! E poi ha detto: mama e nona digono che tu fare lavoro belo, arredatrice di inferni… capisce? Mi prende anche per il culo con i giochi di parole!

– Forse semplicemente non conosce bene la nostra lingua.

– Sarà…

– Insomma Delfina, delle due l’una: o lei è razzista…

– Razzista io? Guardi che sono cresciuta guardando telefilm come Arnold, Webster, I Jefferson, I Robinson anche se i Robinson mi pento d’averli amati perché si è scoperto che Bill Cosby era un molestatore seriale e…

– Non riesco a seguirla, non capisco di che sta parlando.

– Come non riesce? Cos’è che non capisce?

– Che c’entrano i telefilm americani?

– I protagonisti di questi telefilm erano tutti afroamericani… ovvero … neri!

– E questo farebbe di lei una non razzista?

– Mica solo questo… ho sempre ascoltato Michael Jackson.

– Come esempio non regge… il suddetto cantante pare si vergognasse del colore della sua pelle.

– Ma non è vero che si è sbiancato! Erano solo malignità! E poi mi piacciono Prince, Denzel Washington, Eddie Murphy, Samuel Jackson, Whitney Houston…

– Ma lei mi parla di stelle della musica e del cinema.

– E allora?

– E allora lei ha un problema con un uomo di colore che non è una stella del cinema! Qui si parla di una realtà molto concreta.

– Insomma! Come glielo devo dire? IO NON SONO RAZZISTA!

– Va bene… comunque avevo lasciato in sospeso la seconda possibilità.

– Ossia?

– Se lei non è razzista, probabilmente è invidiosa delle attenzioni che le donne della sua famiglia riversano nei confronti del ragazzo africano.

– No, no e no! Neanche questo, decisamente non è il mio caso.

– Quindi, facciamo il punto: se lei non è razzista e nemmeno invidiosa, rimane una terza ipotesi.

– Quale?

– Forse lei non accetta di essere attratta dal ragazzo di colore.

– Ma non è possibile, dottore! Lo escludo ca-te-go-ri-ca-men-te!

–Perché?

– Ma come perché? Il ragazzo di colore…è di colore nero!

(Estratto dalla quarta seduta)

–…e allora ho detto a mia mamma e mia nonna che era arrivato il momento di dare il benservito al migrante.

– Loro cosa hanno detto?

– Mi hanno risposto che se fai il male attraverso una porta, quello stesso male ti rientrerà poi dalla finestra.

– Si è rassegnata al loro volere?

– Per niente. Adesso ho adottato una strategia d’attacco che…

– Me ne parli.

– Provoco il profugo. Gli dico che è solo un parassita, uno che non ha voglia di fare niente…

– E lui?

– E lui mi risponde sempre che sta frequentando dei corsi di italiano e un’associazione gli sta facendo fare dei colloqui per trovargli un lavoro.

– Ammirevole, no?

– Ma lei da che parte sta?

– Da nessuna parte. Io sono un terapeuta, non faccio il tifo, non siamo allo stadio.

– Non mi tratti così anche lei!

– Io non la tratto in nessun modo: l’aiuto a fare chiarezza dentro di sé.

– Comunque, l’altra notte ho sognato di ucciderlo… poi da sveglia mi è perfino venuta la tentazione di andare a cercare nel deepweb un sicario a pagamento che lo facesse fuori per me… ma ho desistito.

– Come si sente al riguardo?

– Non lo so.

– Non sa come si sente?

– No.

– Uhm…

– Dottore…

– Sì?

– Le posso fare una proposta?

– Che tipo di proposta?

– Potrei arredare il suo studio secondo il mio gusto e la mia professionalità?

– Vede, signorina…

– No, aspetti prima di rispondere!

– Aspetto. Mi dica.

– Tenga conto che io non lavoro da un sacco di tempo. Le nostre sedute me le pagano mamma e nonna. Così come l’affitto di casa, le vacanze e la filippina.

– Capisco, ma il mio ruolo non prevede… e poi, non aveva detto che lavora anche per clienti importanti?

– Tutta roba di diverso tempo fa, è un po’ che non batto chiodo… Passo le mie giornate a guardare intere stagioni di serie tv. Lei le guarda, le serie?

– Certo, non vivo fuori dal mondo, mi piace Suburra contro Godzilla… sa che il regista è un mio amico e mi ha mostrato in anteprima…

– Ok, va bene se non vuole farmi lavorare… ma almeno…

– Almeno?

– Almeno non spoileri, cristo!

(Estratto dalla settima seduta)

– …no, a casa non c’è più.

– Se n’è andato?

– Ha trovato un lavoro. Lui e gli altri migranti sono stati presi da un panettiere, stanno imparando a fare il pane…

– Quindi l’uomo che lei ha tanto odiato…

– Lo odio ancora.

– Perché?

– Perché una domenica l’ho incontrato al supermercato… Faceva la spesa, il carrello era pieno di sottomarche e… la sua faccia, quando ho incrociato il suo sguardo… lui…

– Lui?

– Lui è felice e io no.

(Estratto dall’ultima seduta)

–… mi sono messa in società con un’altra arredatrice e…

– E?

– E il lavoro va… va bene… abbiamo tante commissioni…

– Bene!

– E ho anche incontrato un uomo. Credo sia quello giusto. Fa il regista teatrale, lui è di sinistra come me e fa volontariato, insegna recitazione in periferia. Mette in scena spettacoli particolarmente significativi… Antigone, per esempio… Ogni tanto i suoi allievi lo menano, ma lui non demorde…

– Insomma lei sta trovando un suo equilibrio. Per Freud una persona sana è quella che sa amare e lavorare.

– Grazie dottore, grazie di tutto. Forse non ho più bisogno dei nostri incontri.

– Ne sono felice.

– Ancora grazie e… un’ultima cosa…

– Dica pure.

– Si ricorda il migrante che viveva da mia mamma e mia nonna?

– Sì, certo.

– Ecco… mi ha chiesto l’amicizia su Facebook. Che faccio? Accetto la richiesta?

 

Racconto di Fabiano Spessi

 

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