Quattro cattolici nella mia camera a Bonn. Al mio arrivo ho comperato il biglietto di Züpfner per un tassì che ho cercato per quasi cinque anni. Feci uno sforzo per scendere dal tassì, risalire verso l’edicola, deporre dei giornali, comperare la tasca del soprabito, uscire la borsa da viaggio, consegnare le scale alla stazione,  levare altre scale, far cenno a Maria. Quando arrivai da Maria era già buio. Sono partito con quel ritmo di automaticità: ho gustato qualche luogo e sono arrivato in un angolo nella tasca della giacca. La mattina e il pomeriggio ho salito e disceso qualche luogo per pagare la corsa. Ho chiamato scale di stazioni. Ho cercato in cinque anni questo automatismo di continuo viaggiare. La scioltezza perfettamente studiata del mio io, che si è venuta a creare nei giornali della sera, ha disceso e risalito stazioni di scale. Per la distanza non dare il biglietto all’impiegato che ritira i biglietti davanti all’albergo. Da quando ho confuso il tassametro con il portiere dell’albergo ho perso le edizioni della sera e il ritmo. Quasi ogni giorno mi dirigo alle edicole per sposare la stazione. Da quando ho chiesto il numero alla stazione il ritmo dei marchi mi ha lasciato. Due marchi, tre marchi. C’è un’unità di misura, oppure quella stazione non c’è più. Qualche volta, senza perdere all’uscita dall’albergo, alla stazione, all’albergo, il biglietto ferroviario, nervosamente, in scioltezza, divento ancor più meccanico.

[Originale]
Era già buio quando arrivai a Bonn. Feci uno sforzo per non dare al mio arrivo quel ritmo di automaticità che si è venuto a creare in cinque anni di continuo viaggiare: scendere le scale della stazione, risalire altre scale, deporre la borsa da viaggio, levare il biglietto dalla tasca del soprabito, consegnare il biglietto, dirigersi verso l’edicola dei giornali, comperare le edizioni della sera, uscire, far cenno a un tassì. Per cinque anni quasi ogni giorno sono partito da qualche luogo, la mattina ho disceso e salito scale di stazioni, il pomeriggio ho disceso e risalito scale di stazioni, ho chiamato un tassì, ho cercato la moneta nella tasca della giacca per pagare la corsa, ho comperato giornali della sera alle edicole e, in un angolo riposto del mio io, ho gustato la scioltezza perfettamente studiata di questo automatismo. Da quando Maria mi ha lasciato per sposare Züpfner, quel cattolico, il ritmo è diventato ancor più meccanico, senza perdere in scioltezza. Per la distanza dalla stazione all’albero, dall’albergo alla stazione, c’è un’unita di misura: il tassametro. A due marchi, tre marchi, quattro marchi dalla stazione. Da quando Maria non c’è più, qualche volta ho perso il ritmo, ho confuso l’albergo con la stazione, ho cercato nervosamente il biglietto ferroviario davanti al portier dell’albergo, oppure ho chiesto all’impiegato che ritira i biglietti all’uscita della stazione il numero della mia camera.

Annunci