La prima volta che ti ho visto, fu quando mio padre ti portò da noi. Affermava che non poteva più fare a meno di te e che gli eri diventato indispensabile negli affari, così, non bastandogli più il supporto che gli davi in ufficio, aveva deciso di averti fisso in casa.

Stabilì insieme a mia madre che in salotto saresti stato benissimo. Concordarono che, pur trattandosi di una stanza molto piccola, era senz’altro il posto migliore per te. Per farti spazio, sgombrarono il tavolo davanti alla libreria e lo spinsero verso la parete. Poi ti fecero sistemare con calma.

Non fu facile abituarsi alla tua presenza. Potevamo non sentirti per ore, a volte per giorni. Ci dimenticavamo perfino di te, ma quando la tua voce risuonava nella stanza, ci facevi riscuotere dallo spavento. Col tempo però, imparammo a prenderti per il verso giusto.

Mia madre iniziò ad inventarsi qualche scusa per andare in salotto a scambiare quattro chiacchiere. Se noi eravamo fuori, spostava la poltrona verso il tavolo per starti più vicino, poi si metteva comoda e iniziava a parlare. E parlava davvero di tutto perché finalmente aveva trovato qualcuno con cui confidarsi. Mio padre ne era molto geloso e la accusava di passare troppo tempo insieme a te. Ma lui era un tipo che esagerava sempre.

La rimproverava perché non ti lasciava mai libero ma quando si trattava del suo lavoro, era capace di tenerti occupato per intere giornate. Gli capitava spesso di perdere la pazienza con te, di irritarsi e alzare la voce, però ammetteva che da quando eri arrivato si sentiva più tranquillo. Diceva che almeno così aveva qualcuno da chiamare in caso di emergenza.

A me invece era proibito entrare nella tua stanza. Avrei potuto interrompere una conversazione importante perciò mi sgridavano quando mi vedevano accanto a te. Ciononostante, o forse proprio per questo, esercitavi su di me un incredibile fascino. Mi meravigliava il modo in cui facevi sentire le persone e mi sembrava che, da quando eri arrivato tu, ci fosse più dialogo.

Certo è che dovevamo pagarti, e non poco a quanto mi ricordo, ma ne valeva la pena.

Un giorno però successe qualcosa. Mia madre disse che era stato un incidente, che aveva udito un colpo mentre metteva in ordine la stanza ed era corsa subito da te. A vederti in quel modo, le era preso il panico. Non sapendo cosa fare aveva provato ad alzarti, a chiamare aiuto, ma non era servito a niente. Non davi nessun segnale, nessun segno che potesse indicare il contrario: caro telefono, non dicevi più tu.

Racconto di Clara Galletti

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