Una volta eravamo guerrieri

Il mercato immobiliare mi ha spinto ad amare di nuovo. Mi spiego: con il mio solo stipendio, nessuna banca accetterebbe di prestarmi dei soldi per comprare casa. Così ho pensato che sarebbe una buona cosa se riuscissi a trovare una compagna. Se stessi insieme a una donna che lavora, il mutuo me lo concederebbero di sicuro. Una volta un’amica che era stata appena lasciata dal suo fidanzato, personal trainer di una palestra GetFit, mi ha detto, singhiozzando: «Ricordati che il mondo è delle coppie». Al momento non le ho dato molto credito. Adesso mi sono reso conto che aveva ragione.

E dire che un annetto fa ero riuscito ad agganciare una tipa che aveva addirittura un contratto a tempo indeterminato, roba da portarla all’istante all’altare per poi farle firmare le carte di un mutuo ventennale. Invece… l’ho mollata perché mi mandava troppi messaggi vocali. Per intenderci: otto o nove al giorno. E mica brevi: una media di venti minuti ciascuno, dei monologhi insostenibili in cui se la prendeva con i genitori, i nonni, i parenti acquisiti, il cane del vicino, la collega bagascia, il dermatologo incompetente, il capo intransigente, lo zio ubriacone…

Che dire? Abbiamo ufficializzato la nostra separazione via Whatsapp. Lei mi ha inviato una foto della sua caviglia destra, quella decorata con un’ala. Poi ha scritto: «Lo sai perché ho fatto questo tatuaggio? Per ricordarmi che, nella vita, devo sempre volare alto. E, con te, era diventato impossibile. Comunque ti auguro il meglio. Le due settimane vissute con te sono state veramente intense». Io le ho risposto con la foto del mio tatuaggio raffigurante Mario Balotelli che mostra il fisico dopo aver segnato contro la Germania. Quindi ho scritto…

… no, a dir la verità non ho scritto niente, volevo dirle che sono forte, che le delusioni non mi tagliano le gambe, crederci sempre – arrendersi mai, come direbbe Simona Ventura… ma non sapevo bene come articolare tutto il discorso, così ho evitato qualsiasi didascalia.

Stare con una ragazza è bello, ma non facile. Se sei in coppia devi andare alla Fiera dell’Artigianato o a vedere i musical tipo Grease al Teatro Nazionale, quello dove una volta consegnavano i Telegatti. Se proprio ti va di sfiga devi sorbirti pure i balletti alla Scala. Io però la morte del cigno non la voglio fare. Preferisco vivere, evitare anche i concerti di Ludovico Einaudi. Certo, lo so: se non si fanno compromessi, il rischio che si corre è quello di rimanere da soli. Devo dire che io questo pericolo non lo corro. Perché? Be’, per esempio faccio parte di un gruppo Facebook che organizza spesso flash mob, una serie di eventi improvvisati che riscuotono sempre grande successo. Può essere una cena nel parco di Porta Venezia dove dobbiamo essere tutti vestiti di bianco, oppure ci prendiamo a cuscinate in piazza; o ancora, blocchiamo il traffico con la bici per sensibilizzare sul problema dell’inquinamento, il famigerato effetto ozono, o come si chiama.

Ovviamente ho anche qualche amico vero e proprio, anche se ci vediamo sporadicamente. Mica perché siamo sempre così impegnati: semplicemente, se ti fai sentire spesso vuol dire che sei uno sfigato che non ha niente da fare. Però ci sono degli eventi in cui ci ritroviamo tutti come una grande famiglia, come ai tempi dell’università quando davamo esami come Fenomenologia dell’eterno dualismo Heather Parisi – Lorella Cuccarini. Per esempio, i concerti. Stasera suona Lo Stato Sociale, un live imperdibile perché presentano il loro ultimo CD, “Amore lavoro e altri miti da sfatare”. Per dirla tutta, non è che ci mettiamo lì proprio attenti ad ascoltare le canzoni: più che altro chiacchieriamo nelle retrovie con la nostra birretta d’ordinanza e la sigaretta elettronica per svapare quanto ci pare.

– Bella Zio.

– Bella Fra.

– Che si dice?

– Si dice che lo stage che sto facendo mi prende di brutto, mi stanno spremendo come un limone.

– Stavolta ti pagano?

– Mi prendi per il culo?

– Scusa. Settore? Sempre organizzazione di eventi?

– E cosa altrimenti?

– Be’, potresti anche fare il grafico in zona Isola, come me.

– Te ti pagano?

– Quando possono.

– E quando possono?

– Quasi mai.

Rileggendo quanto vi ho detto fin qui, sembra che io viva il mio tempo libero in maniera del tutto improvvisata, un po’ a casaccio. Non è del tutto vero. Tutte le domeniche, per esempio, sono consacrate al paintball, che in pratica sarebbe la guerra con dei proiettili ripieni di vernice. Una volta alla settimana, io e dei tipi conosciuti su un sito per appassionati di questa disciplina ci ritroviamo per affrontare altri gruppi. Altre milizie, potremmo dire. Poco fuori città, c’è questo enorme parco in cui uomini di tutte le età si fronteggiano sparandosi addosso ma senza ferirsi né uccidersi. Lo so che non faccio una bella figura se lo dico ma… a me qualcuno piacerebbe ucciderlo veramente e vorrei anche che i miei amici fossero feriti per caricarli sulle mie spalle e portarli in salvo. Non pensiate però che io sia un sadico guerrafondaio. Semplicemente, vorrei avere un’epica da condividere con i miei coetanei e, un giorno, mi piacerebbe raccontare le mie imprese, anche dolorose e tristi, a dei nipotini. Sennò che gli racconterò, agli eventuali figli dei miei figli? Che da giovane ho partecipato a tante inaugurazioni di locali?

Una volta noi uomini eravamo guerrieri. Forti, virili, fieri. La casa ce la costruivamo con le nostre mani, mica con venticinque anni di mutuo a tasso variabile. Non avevamo sopracciglia ad ali di gabbiano o il petto depilato…

… ma tutte queste sono considerazioni che faccio solo a voi che mi state leggendo. Ve le riferisco a bassa voce. Non ne parlo con nessuno che conosco, me ne vergognerei.

Una cosa però di cui vado assolutamente fiero c’è. Ho trovato casa in zona Isola. Questa cosa è di fondamentale importanza perché faccio il grafico. Se fai un lavoro creativo devi abitare nella zona dei creativi, quando fai un colloquio conoscitivo tale fattore è decisivo, quelli delle risorse umane questi particolari li notano al volo. Naturalmente, una volta conquistato un nuovo stage, bisogna continuare a stare sul pezzo. Dieci anni fa ho fatto il mio primo tirocinio, ma ero così giovane che non capivo che non basta avere idee innovative e realizzarle. Devi saperti vendere, avere un’immagine vincente. E mica basta solo l’alloggio. Un esempio? Il discorso del trolley è fondamentale. Il venerdì devi portarlo con te in ufficio, in modo che i colleghi ti chiedano: «Dove vai di bello questo fine settimana?». Non importa se poi uno non va da nessuna parte, basta inventarsi una balla e riempire il suddetto trolley con libri e vestiti in modo che, se qualcuno magari te lo sposta per fare posto al suo, non scopra che è vuoto e quindi stai bluffando. Se ai colleghi dici che nel weekend rimani in città loro ti isoleranno, sarà come avere una lettera scarlatta tatuata su una guancia, la L di loser, perdente. E un perdente che la domenica frigge salamelle al parco, non lo vuole nessuno.

Arrivati a questo punto, non vorrei però che mi catalogaste come un fighetto snob. Non sono un radical chic, sia chiaro. Tanto per dire, oggi andrò in periferia. Per un flash mob. Avete presente la periferia? La periferia è quel posto dove gli uomini girano in canottiera e giocano al fantacalcio; le donne scendono di casa in vestaglia e danno da mangiare ai gatti del cortile. Le ragazze ascoltano Gigi D’Alessio e diventano mamme a diciassette anni; i ragazzi girano in tre su motorini truccati e picchiano i professori di italiano. Gli anziani giocano a bocce, ritirano la pensione in posta e regolarmente vengono scippati; le anziane vanno in chiesa perché sono innamorate del prete.

Eccomi qui, in questa zona di cui non conosco il nome: un quartiere anonimo con palazzoni altissimi ma non bellissimi come il Bosco Verticale o altri progettati da archistar di prima grandezza. Siamo tutti riuniti in una specie di anfiteatro dove di solito i giovani del quartiere fanno acrobazie con lo skate o fumano canne, siamo tutti qui con un impianto stereo molto potente per far ballare i periferici con i ritmi più trendy: technocore, electrofunk, dubstep, house e…

…e non mi diverto per niente! I miei pseudoamici fanno foto, selfies, postano, taggano e io mi sento come un sacchetto di plastica nell’oceano: inutile e dannoso. La musica martellante non penso porti alcun giovamento alle periferie. Forse qui la gente avrebbe bisogno di case migliori e di un po’ di verde. Forse. Io comunque mi incammino, mi lascio alle spalle il rumore.

Al crepuscolo, arrivo in una piazzetta in cui un bambino sta prendendo a pallonate la saracinesca di un negozio.

– Che mi guardi? Vuoi giocare con me?

– Magari.

Tiro qualche calcio al pallone, faccio un gran rumore. Il bambino mi esorta e mi consiglia:

– Non devi tirare sempre uguale. Prova anche con l’esterno, magari la palla avrà un po’ di effetto.

Continuiamo a colpire la saracinesca, ma, quando il crepuscolo lascia spazio alla notte, il bimbo mi avvisa che deve andarsene a casa, la madre sarà già in pensiero, visto che non si è portato dietro il telefonino. Allora, semplicemente, lo ringrazio:

– Sei stato gentile a farmi giocare con te. Me ne vado anch’io.

– Perché te ne vai? Io sono piccolo, invece tu sei grande. Se ti va ancora di giocare, perché non rimani?

– Mi piacerebbe molto. Ma non ho un pallone.

– E questo cos’è?

– Questo è tuo.

– E ora è tuo.

– E tu?

– E io di palloni a casa ne ho un sacco, li teniamo in cantina da quanti sono… i miei parenti a ogni festa si presentano con un pallone… dicono che magari un giorno divento bravo come Insigne e faccio i soldi e con i soldi ci mantengo tutta la nostra famiglia.

– Non so che dire… Grazie!

– Grazie a te perché hai giocato con me!

Continuo a tirare calci al pallone senza pensare a niente. Anzi, una sola cosa penso, chiara e semplice: non sono mai stato così felice.

 

Racconto di Fabiano Spessi

 

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