L’uomo farfalla, lo chiamavano, per via della gigantesca voglia che gli copriva metà del volto, come l’ala di una di quelle delicate farfalle marroni con gli occhi gialli creati da Madre natura per spaventare i predatori. Lui non aveva nulla di fragile, però. Le spalle erano larghe e le gambe lunghe, forti, da lottatore; i lineamenti marcati del viso volitivo non potevano essere più lontani dalla grazia di una farfalla. E invece eccola lì, un’ala incisa sulla sua pelle, le venature marroni e le sfumature che circondavano un incredibile occhio ambrato.

Quando il circo arrivava in città la gente veniva a fare la coda anche dai sobborghi più lontani per vedere gli spettacoli, il bestiario che di anno in anno raccoglieva creature sempre più strane e affascinanti.  Gridolini di eccitazione e sorpresa si udivano fin dai vicoli adiacenti e un via vai incessante di donne in crinolina e distinti signori in abito da passeggio affollava la piazza con i tendoni e le gabbie. Eppure la maggior parte di quelli che avvicinavano l’uomo farfalla se ne allontanavano turbati. Ben lungi dal mostrare fattezze orribili o atteggiamenti ferini, l’uomo se ne stava seduto con composta dignità nella sua gabbia, le gambe ordinatamente raccolte sotto di sé e il capo ben alto e in piena luce. Accoglieva i visitatori come un signore saluta gli ospiti all’entrata della sua magione, con un cenno educato del capo e un lieve inchino.

C’era qualcosa nel suo contegno che metteva a disagio chi cercava inutilmente di dileggiarlo e spiazzava chi desiderava ferocia. Le donne si nascondevano dietro i parasole e da lì lo sbirciavano sgomente e affascinate, i signori lo soppesavano con simpatia e rispetto e i bambini ne avevano paura.

A William, invece, l’uomo farfalla piaceva moltissimo.

Soleva andare a trovarlo tutti i giorni, trascinandosi dietro il suo riluttantissimo valletto, che ne aveva paura. Ma il bambino, sfoderando tutta l’autorità del conte che era destinato ad essere, aveva dichiarato che “sarebbe andato a trovare il signor uomo farfalla tutti giorni senza eccezione alcuna perché tale era il suo volere, e che gli avrebbe offerto la sua amicizia dal momento che nessun altro sembrava interessato a lui”. Il conte suo padre, dopo averlo guardato con indulgenza e averlo personalmente accompagnato ad incontrare il “gentiluomo in questione” per assicurarsi della sua mansuetudine, gli aveva dato il permesso di visitarlo con un’occhiata d’orgoglio per un giudizio ben espresso e una causa magistralmente perorata.

Così ora William era di fronte alla gabbia come tutti i pomeriggi. Imitando l’occupante della cella si sedette compunto sul pavimento davanti alle sbarre incurante degli sguardi di stupore che riceveva e sorrise all’uomo farfalla. “Buonasera signor uomo farfalla, come avete passato la mattinata?” chiese sorridendo. L’uomo come al solito non rispose, ma esibì il sorriso gentile che riservava al bambino ogni volta che lo vedeva. William non si fece scoraggiare dal silenzio del suo amico e cominciò a chiacchierare felice della sua giornata, e di come presto avrebbe potuto iniziare le lezioni di equitazione perché il conte suo padre aveva ritenuto fosse finalmente giunta l’ora, e di come la contessa sua madre stava preparando un ricevimento a sorpresa per il lord suo marito in occasione del loro settimo anniversario di matrimonio, e ovviamente lui lo sapeva perché aveva origliato la servitù che ne parlava, la servitù sa sempre tutto…

L’uomo farfalla lo ascoltava con attenzione, inclinando intento la testa e sorridendo alle osservazioni del bambino. William guardò l’occhio ambrato incresparsi, dando l’impressione che l’ala fremesse sul suo viso. Non capiva proprio perché la gente avesse paura di lui: come aveva spiegato a John tante volte, non c’era da inquietarsi perché “anche se l’occhio giallo può fare paura, quello azzurro è bellissimo e soprattutto gentile e ricorda il cielo, che è una cosa molto adatta ad un uomo con una farfalla sul viso”.

Interrotto da un pensiero improvviso il bambino si raddrizzò di colpo, allarmando il suo amico: “Ma voi sapete volare? Perché non scappate?” L’uomo farfalla socchiuse gli occhi in un’espressione di divertimento e il suo volto si fece misterioso. Fece cenno a William di andare allo spettacolo di quella sera, e lui annuì entusiasta: non aveva mai visto l’uomo farfalla fare un numero circense, anche dopo tre mesi che il circo era giunto in città.

Quella sera il piccolo conte si sedette sugli spalti gremiti, accompagnato addirittura dai genitori, che avevano ceduto alle suppliche di venire a vedere il suo amico in azione. William era sicuro che l’uomo avrebbe fatto qualcosa di straordinario, visto che era una persona specialissima. Il bambino era anche molto osservante, e aveva la sensazione che il suo amico gli avesse chiesto di venire per una ragione ben precisa.

Dopo aver osservato distrattamente la gimcana colorata di acrobati e sputafuoco, donne orso e giganti erculei, il bambino sentì finalmente annunciare “le incredibili acrobazie dell’uomo farfalla, per la prima volta per voi in questo spettacolo!” William si raddrizzò velocemente borbottando a mezza voce sotto lo sguardo divertito del padre che il suo nome era “Signor uomo farfalla, maleducato”.

L’uomo entrò con la solita quieta dignità nella piccola arena di sabbia pressata e si arrampicò agile sulla scala di corda che portava ai trapezi. Rimase qualche istante fermo a contemplare il cielo che faceva capolino dal buco in cima al tendone, e poi si gettò nel vuoto verso l’asticella di legno. Le sue acrobazie erano così fluide da dare davvero l’impressione del volo e più volte la folla urlò e ruggì quando sembrò che stesse per mancare il trapezio, per cadere… ma lui lo afferrò sempre, salendo ogni volta di più.

Quando sembrò che non potesse arrivare più in alto di così, l’uomo farfalla si alzò in piedi sulla sbarra, oscillando con forza. Guardò giù verso gli spalti e incrociò gli occhi di William, proteso verso di lui. Gli sorrise, il volto di farfalla trasfigurato dalla gioia e con ultima spinta si lanciò verso l’alto e aprì le braccia. Sotto gli occhi sgomenti della platea sembrò che due ali diafane si disegnassero attorno ai muscoli forti, e in un batter d’occhio l’uomo si era proiettato verso il cielo notturno ed era sparito all’orizzonte.

Nel caos conseguente, il conte di Halifax, ancora scosso dall’accaduto, guardò suo figlio pronto a consolarlo della perdita del tanto rispettato amico. Ma William sedeva eretto sul gradino, guardando con tranquilla e intensa soddisfazione l’occhio azzurro del cielo sopra di loro.

Con uno sguardo incredibilmente adulto si girò verso il padre e gli sorrise misterioso. Si alzò e fece cenno ai genitori di farsi largo in mezzo al tumulto: “Padre, madre, andiamo. Ho visto ciò per cui ero venuto”. Mentre usciva dal tendone, una farfalla marrone con due grandi occhi gialli dipinti sulle ali si posò leggera sulla sua spalla.

 

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