Storia di Freddy Krugman, marinaio

Freddy Krugman fissava il sole che tramontava fra le onde facendo sanguinare il cielo. Pianse amaramente ripensando ad Annabella, sua moglie, che non vedeva ormai da un anno. Freddy come ogni sera cavalcava il suo baio bianco di nome fremito marrone raggiante, buono, gli diceva, buono. D’un tratto un gruppo di ammutinati corse su per le scale raggiungendo il ponte dove il capitano si trovava e marinai rabbiosi puntarono il fucile contro Freddy Krugman, il capitano della nave, fermi! disse, non sparate, posso spiegare, buono, gli diceva, buono.
Gli ammutinati si consultarono comunicando solo con lo sguardo e lo schioccare della lingua, poi deposero i fucili, li smontarono, li riposero dentro a custodie verdi di pelle di coccodrillo sulle quali era inciso a caratteri d’oro il blasone di Freddy Krugman l’avventuriero: una tartaruga alata, se li misero sulle spalle poi si tuffarono in mare in preda alla vergogna.
Freddy Krugman rimase solo indeciso se inseguirli o meno, risolse di fare finta di niente e iniziò a fischiettare come gli era stato insegnato dal capo della tribù dei Sababè in un giorno di pioggia, sull’isola di Lindor, compiuto il suo addestramento: “Uando esaràh yin el periculo de dolore, fischieta. Tu fischieta e ll poebolo de Sababè con lor avuncula te aiutaràn, esoi”. E così fece. Gabbiani da nord sud ovest est gli si radunarono intorno ricoprendo il ponte silenziosi come un manto nevoso, scambiandolo per uno dei sette Re dei Gabbiani. Approfittò di quella nomina fortuita quanto immeritata per farsi trasportare dallo stormo dalla moglie Annabella, in quel momento intenta nell’atto di infornare il pane.
Quando estrasse la pagnotta fumante dal forno si accorse con rammarico che non aveva infornato la pagnotta ma erroneamente il figlio Fribald, il suo primogenito, si guardò intorno accertandosi di essere sola e, facendo finta di niente, nascose il cadavere fumante sotto il tappeto, ma in quel momento scortato da un’orda di gabbiani atterrò entrando dalla finestra Freddy Krugman, furioso dio alato, Re dei Gabbiani. E tuonò: “Tu donna, dov’è nostro figlio primogenito Fribald, mostramelo, che io possa vederlo”. Annabella confusa stava per scoppiare in lacrime, incapace di nascondere la propria colpevolezza, quando Freddy, vista la pagnotta cruda sul tavolo, uno strano rigonfiamento sotto il tappeto e la moglie confusa incapace di nascondere la propria colpevolezza, fece due più due e, mosso a compassione per la donna che amava, per evitarle quell’imbarazzo davanti allo stormo afferrò la pagnotta e la baciò teneramente sussurrando: “O Fribald, figlio mio primogenito, o gloriosa radice della mia discendenza”. Annabella in quel momento si accorse che lo amava e il suo cuore traboccò di gratitudine e carità. Freddy teneva la pagnotta ben stretta guardando torvo i gabbiani tutti intorno a lui, e ciò che lesse nei loro occhi pennuti non gli piacque affatto. Mentre rifletteva così tra sé, il suo equipaggio fradicio, pentito dell’ammutinamento, irruppe dalla porta a capo chino chiedendo scusa, indossavano delle meduse come copricapo come era uso fare per umiliarsi e chiedere perdono. Freddy, mosso a compassione, li perdonò benedicendoli con del pan grattato e ne approfittò subito per ordinare loro, a bassa voce, di rimontare i fucili e sparare ai gabbiani. Felici come delle festività pasquali i marinai accettarono di buon grado. Compiuta la strage poi festeggiarono a pane nutella facendo a fette la pagnotta fumante che Annabella aveva conservato sotto il tappeto per l’occasione. Azzannando la sua fetta Freddy versò lacrime amare. L’equipaggio osservandolo mormorava: “Perché piange? Che segno è questo? Mangia il pane nutella, e piange? O strano presagio”.
A scuola Fribald veniva schernito dai suoi compagni poiché era una pagnotta e come tale non raccontava barzellette né giocava al gioco del pallone, se ne stava semplicemente in un angolino sempre solo, senza dire una parola, circondato da formiche e altri insetti, i suoi unici amici. Anche il suo rendimento scolastico non era dei migliori e ai colloqui gli insegnanti dicevano ai genitori che la sua sembrava proprio mancanza di impegno, inerzia, quasi decomposizione. Un giorno, all’udire l’ennesimo giudizio impietoso sul figlio, Freddy Krugman estrasse un salame dalla tasca e lo posò sul tavolo davanti al professore facendo poi finta di niente, mettendosi a fischiettare. Il professore imbarazzato disse: “Non posso accettare”, ma Freddy estrasse due caciotte dalle tasche e le appoggiò sul tavolo roteando lo sguardo come stesse seguendo il volo di una farfalla. Il professore di nuovo disse: “Guardi, forse non ci siamo capiti”, allora Freddy estrasse una grossa faraona dalle tasche e la sbatté sul tavolo con foga, alzandosi in piedi, e a quel punto il professore disse: “D’accordo, accetto, vedrò di aiutare suo figlio”. Ritornato a casa Freddy si accorse di non aver estratto una grossa faraona dalle tasche ma la sua secondogenita, la piccola Penny Sue.

 

Vent’anni dopo.

Penny Sue era cresciuta nella casa del professore ignorando le sue vere origini, sana e bella e forte, aveva ventun anni e suo padre l’aveva promessa in sposa a Bernard Shaw, un ricco rampollo di una buona famiglia. Il giorno delle nozze però, mentre si avvicinava all’altare accompagnata da un sottofondo wagneriano, uno stormo di gabbiani sfondò le vetrate variopinte della chiesa, la prelevò contro la sua volontà e la depose sull’isola di Lindor, dove viveva il popolo dei Sababè, antichi addestratori di gabbiani. Goshij, il loro capo, svelò a Penny Sue la sua vera identità, raccontandole di come vent’anni prima suo padre ordinò una strage di gabbiani per salvare una pagnotta che poi non era neanche davvero suo fratello. Penny Sue, appresa la notizia, morì affogando nelle sue lacrime, ma non prima di avere chiesto: e cosa c’entro io? Risposta: le colpe dei padri ricadono sui figli. E perché dopo così tanto tempo? Risposta: Ci eravamo dimenticati, poi ieri Facebook mi ha fatto vedere i ricordi degli ultimi cinquant’anni e ho visto una foto che c’era taggato anche tuo padre e mi è venuto in mente.
Ora Penny Sue giace in un sepolcro nell’isola di Lindor adorata dai Sababè e da numerosi gabbiani ammaestrati senza nessun motivo apparente.
La notizia della scomparsa della ragazza mise scompiglio in tutta la città e arrivò fino al sindaco, la pagnotta di nome Fribald che, grazie alle raccomandazioni e all’opera di corruzione del padre, era riuscita non solo a diplomarsi a pieni voti ma anche a raggiungere alte cariche pubbliche. La madre Annabella, ormai una vecchia puzzolente, venuta a sapere del rapimento, raccontò a Fribald la verità su sua sorella: no, essa non era, come aveva creduto fino a quel momento, la faraona consumata quel bianco Natale di tanto tempo prima. Sconvolto, il sindaco pagnotta ordinò alle sue truppe di marinai ereditati dal padre (morto d’infarto in un negozio di articoli ortopedici dieci anni prima) e ai gendarmi sotto il suo comando di andare per mare e cercarla, l’avrebbero certo trovata nell’isola di Lindor, presso il popolo dei Sababè.
Difatti lì la trovarono, ormai defunta e adorata come una divinità, quindi se ne andarono, ma non prima di avere chiesto: perché la adorate come una divinità? Risposta: ci piaceva molto il suo blog.
A Fribald non restò altro che destinare fondi pubblici alla costruzione di una statua dedicata alla sorella nel centro della città e fare del suo culto religione di stato. La decisione provocò il malcontento dei cittadini, dell’opposizione e delle autorità religiose che ordirono insieme un piano per rovesciare Fribald, piano che andò a segno e si concluse con il suo arresto e la sua condanna a morte. A quel punto Fribald si chiese se per lui non sarebbe stato meglio morire quella sera, mangiato da suo padre insieme alla nutella, e si rispose che no, in fondo aveva avuto una vita piena, aveva realizzato cose che nessuno pensava avrebbe mai potuto realizzare.
La rivoluzione avvenne con successo, e il capo dell’opposizione che aveva rovesciato il despota Fribald, durante il discorso successivo al trionfo, disse con sfacciata e ritrita retorica che il Sole dell’avvenire stava per sorgere e il paese si preparava a vivere una nuova alba.

Racconto di Davide Fossati

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