#1 –  Lessico famigliare di N.Ginzburg

Una trentina circa di anni fa, Lessico famigliare veniva consigliato come lettura per le scuole medie. Questo succedeva perché lo stile e le storie della mitica famiglia Levi, apparentemente, sono alla portata di tutti. Il libro scritto da Natalia Ginzburg nel 1963, infatti, si presta ad una lettura piacevolmente leggera, ma non per questo banale. Se concederete a questa donna straordinaria di portarvi con sé attraverso le stanze, le parole, i modi di dire dei suoi cari e sullo sfondo l’Italia del ventennio fascista, gli arresti, la nascita di una casa editrice meravigliosa come Einaudi nel 1933, il matrimonio con Leone Ginzburg e tanto altro ancora, vi assicuro che dal vostro cuore non uscirà mai più.

 

Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso. Quando ci incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti o distratti, ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte nella nostra infanzia. Ci basta dire: “Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna” o “De cosa spussa l’acido solfidrico“, per ritrovare ad un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole. Una di quelle frasi o parole ci farebbe riconoscere l’uno con l’altro, noi fratelli, nel buio di una grotta, fra milioni di persone. Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come i geroglifici degli egiziani o degli assiri-babilonesi, testimonianza di un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo. Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare, che sussisterà finché saremo al mondo, ricreandosi e resuscitando nei punti piú diversi della terra, quando uno di noi dirà — egregio signor Lippman — e subito risuonerà al nostro orecchio la voce impaziente di mio padre: “Finitela con questa storia! L’ho sentita già tante di quelle volte!

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