È da un paio di giorni che non faccio altro che ascoltare Ghali.
Come al solito ci metto un po’ ad accettare le novità, per cui ho iniziato ad ascoltare la musica trap, di cui i miei amici parlano da quest’estate, solo da qualche giorno.
Ho conosciuto Ghali grazie a Gab Lother, ascoltando la sua versione di “Habibi”, poeticisimma. (La trovate qui).
Ma quest’è un’altra storia.

Ho iniziato a pensare a Ghali da un punto di vista sociale, piuttosto che musicale. Ghali, ragazzo del ’93, italiano nato da genitori tunisini, un ragazzo di seconda generazione, è diventato un idolo in Italia. La stessa Italia che vota Salvini, Fratelli d’Italia o che comunque accetta una visione semplicistica degli immigrati: un costo, un problema, dei criminali.

Ghali porta con sé una cultura di strada, la periferia milanese, la Tunisia, l’orgoglio per una madre che si è fatta in quattro per crescerlo e moltissimi temi d’attualità: terrorismo, razzismo, politica.

Io sono un negro, terrorista
Culo bianco, ladro bangla e muso giallo
Trasformo Baggio in un posto più bello

versi di “Wily Wily

Ghali nelle sue canzoni dona una cosa importantissima al grande pubblico: la testimonianza. La testimonianza di un ragazzo sia italiano che tunisino integrato in Italia, che ha vissuto le difficoltà non solo dell’essere straniero ma anche quelle della periferia: dispersione scolastica, violenza, solitudine. Ghali, facendoci ballare e sognare, ci mette in testa temi fortissimi con un linguaggio disponibile a tutti. Un ragazzo che nonostante tutte le difficoltà ce l’ha fatta e può dar speranza a tutti i ragazzi che vivono nei quartieri più depressi del paese.

È importante che ragazzi come Ghali portino avanti la loro arte che fa ballare, che fa appassionare e che trasmette qualcosa di profondo. I suoi testi ci trasportano nella sua vita. Entriamo nel suo privato, un padre assente, una grandissima ambizione, la solita ragazza “presa a male” (anche Coez ne parla, a breve articolo su questo pregiudizio di genere nel mondo musicale).

Ciò che è interessante è che finalmente abbiamo a disposizione la testimonianza artistica di nuovi giovani esordienti di seconda generazione. La cultura italiana da adesso in poi non sarà più ideata esclusivamente da italiani, ma da tutti. Perché, volenti o nolenti, l’Italia è uno stato ormai multiculturale. Uno stato che si evolve e si evolverà. La cultura di Ghali è la cultura del meticcio, del ragazzo che si è integrato e canta sia in italiano sia in arabo. È una cultura che parla a tutti, in cui tutti si possono immedesimare.  È la cultura di un ragazzo che vive in un mondo multiculturale e multietnico: la periferia.  Per cui Ghali parla della Tunisia ma parla anche della ragazza di Porto Rico.

E ciò che si evince da questi testi è un ragazzo contento di stare in Italia.

Oh eh oh, quando mi dicon “va’ a casa”
Oh eh oh, rispondo “sono già qua”
Oh eh oh, io t.v.b. cara Italia
Oh eh oh, sei la mia dolce metà

versi di “Cara Italia

Non c’è niente da fare, per quanto le politiche vogliano chiudere le frontiere e cerchino di accrescere l’odio nei confronti degli immigrati, c’è chi ormai è cresciuto e vissuto in Italia, è italiano e si sente italiano, e vuole far sentire la sua voce.  E grazie a questa necessità di esprimersi ci mostra quanto sia grande il mondo di un ragazzo tunisino di Baggio e quanto sia piccolo il nostro.

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