Il diamante

Piegato sul greto di un fiume, un ragazzo senegalese lo setacciava e cantava l’amore per la terra. Raccolse un diamante, e un mercante olandese glielo strappò e lo gettò in un sacchetto.

Per giorni, un’orefice giapponese lo tenne tra le dita e, tra una fiammata e una sbuffata, tra una levigata e una punzecchiata, sospirò, pensando: «Beato chi ti avrà».

E fu esposto nella vetrina di una gioielleria parigina. Gli si avvicinarono tanti volti, indifferenti, allegri o un po’ tristi e trasognati, come quello di una piccola zingara, la cui madre si sedette sul marciapiede, lì vicino, con un piattino in grembo, vuoto. Un ricco imprenditore adocchiò il diamante e, da vecchio donnaiolo che si divertiva ancora a far sorridere le belle, lo donò a quella che aveva sposato.

Lei lo mostrò smaniosa a compagnie un po’ annoiate e molto ciniche, in salottini di porcellana e in regge antiche, al ritmo di valzer, per saloni di seta e cristalli, e durante un festino sorrise al baciamano di un poeta italiano, la cui poesia lei trovò tutta nel suo sguardo profondo e fermo e nello scompiglio dei ricci.

«E questo?» gridò il poeta, una mattina di qualche tempo dopo. «Avevi detto che non t’importava più niente di lui!» E allungò il diamante sopra la balconata di una villa che dava sul mare e minacciò di gettarcelo, prima di dire che sì, è vero, hai ragione tu, scusami, hai fatto bene a tenerlo; potremmo sempre venderlo, quando ci fa comodo. E lo riposero in un cassetto.

Poi era un’alba d’inverno, quando sulla riva di un mare agitato uno spacciatore messicano fissò il diamante.

«Questo è buono» disse e passò una mazzetta di banconote a qualcuno con un berretto calcato sugli occhiali scuri, che contò i soldi e disse: «E gli altri?»

«T’avevo detto di non ammazzare nessuno, t’avevo de-»

«Dammi gli altri!»

E tra grugniti il diamante cadde nel mare. Vagò per giorni e giorni, fra colpi di pinna e tentacoli, sul dorso di meduse e onde, e si posò sopra un’alga, a pochi passi da una riva scogliosa, accanto a una pietra ovale, liscia, nera come il carbone.

«Che mi racconti?» gli disse la pietra, dopo un po’.

Il diamante rispose: «Io… Non…» E poi: «Io… Ricordo il calore delle profondità sotterranee». Fece una piccola pausa. «E poi l’esplosione di fuoco e l’acqua… L’acqua che scorre e scorre e… Ah, sì! Un bel canto, se non m’inganno… Scusami, ma non ricordo bene. Ah! Dei sospiri… Caldi sospiri, e quella bella musica…»

«Ho capito. Parli degli uomini.»

«Sì… Sì, se non sbaglio…»

«Anch’io fatico a ricordare quella volta… Quando uno di loro, molto arrabbiato, mi scagliò contro la fronte di un altro e ci caddi accanto, per terra… E poi… Ricordo poco altro, che mi sembra di non sentire né di poter trattenere più del venticello lì, che corre sul pelo dell’acqua, o della lagna che manda questa vecchia alga quando un pesce sbadato la urta.

Ma saranno almeno un milione le volte che il sole è sorto da quando l’uomo, solo nella steppa, mi sfregò contro un’altra pietra sopra un po’ di sterpiccio a farci il fuoco e mi baciò e disse: «Grazie». E io lo sento ancora, come la poesia che, poco tempo fa, seduto sulla riva di un fiume, l’uomo scriveva, poggiandomi sui fogli perché non volassero al vento, sospirando… E le risate! Le hai mai sentite?»

«Le risate?»

«Sì, quelle buone!»

«No… Ma ora che me ne parli mi sembra di sentirle…»

«L’altro giorno l’uomo mi ha lanciato sulla riva, qui vicino, e un cane s’è precipitato a mordermi e mi ha riportato indietro, e ridevano. Le buone risate…»

E un ragazzino afferrò il diamante e la pietra. Prese il diamante tra due dita e ci aggrottò sopra la fronte.

«No, questo non è buono». E lo gettò nell’acqua, con una manciata di altri sassolini.

«Oh» disse a un amico, e lanciò la pietra, che saltò un paio di volte di striscio sull’acqua, prima di affondare. I ragazzini iniziarono a giocare a rimbalzello, dando gridolini allegri, mentre il diamante si allontanava nell’acqua.

E va sprofondando in qualche oscuro abisso, sentendo e raccontando le buone risa degli uomini, delle pietre.

Racconto di Nicola Esposito

 

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