Atti di guerra a ZONAK – Guinea Pigs

Due storie indipendenti, quatto attori sempre in scena. Sono otto personaggi, protagonisti del contemporaneo con tutte le sue nevrosi e contraddizioni. Al centro troviamo sempre il corpo, violato, oggettificato ed infine ucciso.

Il gruppo Guinea Pigs nasce nel 2014, dal lavoro di giovani artisti under 35 che da allora sono impegnati in un percorso di ricerca su parola, movimento e suono. Dalla combinazione particolare di questi elementi nasce la loro poetica, di cui questo spettacolo è il manifesto. Atti di guerra è il primo progetto della giovane compagnia milanese, portato a Zona K con già alle spalle importanti successi e riconoscimenti.

All’iniziare dello spettacolo prende forma il primo quadro. Dai vestiti in scena emergono i primi due Personaggi: due adolescenti che si sono dati appuntamento in un parco perché in qualche modo si piacciono. Sono simpatici e sono goffi, ma nel mezzo delle loro effusioni vengono interrotti da una gang di strada, probabilmente di loro coetanei. Ha inizio il primo atto di guerra, la guerra di chi è in cerca di uno sfogo, e si scaglia contro chi è capitato nel posto sbagliato; è una guerra di calci, pugni ed umiliazioni gratuite, dove il microfono diventa strumento di violenza e amplificatore in cui risuona il potere del branco. Le soggettive delle due vittime si alternano ai dialoghi, coinvolgendo lo spettatore nella paralisi del corpo schernito, nella necessità di eseguire gli ordini per sopravvivere. In fine viene la morte, intesa non come morte fisica ma come umiliazione estrema, violenza che sorpassa la materia e sfocia nel cyber bullismo, con la condivisione online della tortura.

Di nuovo gli attori si spogliano, rimangono in biancheria, ora i tre ragazzi sono un gruppo affiatato, la ragazza una escort. Il suo corpo è il centro di questo quadro. Prima si muove rigido, inanimato, si lascia comporre passivamente: sono gli uomini a pensare di avere diritto a vincere lei e la sua persona con i soldi; poi il corpo reagisce, si impone, diventa veicolo delle frustrazioni dei suoi clienti. Una volta soli, è lei a recitare i loro monologhi interiori in una specie di trance, ognuno viene messo davanti alle proprie ossessioni verso il sesso femminile, finché anche ogni uomo esce

dal proprio corpo per dare voce alla donna contro cui vorrebbe inveire. È una dinamica spaventosa ed intensa che accade in uno spazio-tempo parallelo al reale. L’ultimo cliente però è diverso, contiene una violenza troppo grande, che sconfina nel presente uccidendo la ragazza. L’atto termina con una doppia morte del corpo, abbandonato per strada con l’intento di fuggire dalla colpa.

I due episodi descritti fanno parte di quelle guerre quotidiane che spesso coabitano le pagine dei giornali, sono articoli ai quali ci si abitua, che si leggono per curiosità morbosa. Sono drammaturgie di eventi crudi e fin troppo familiari a cui si accompagna un linguaggio teatrale che mischia l’onirico con la chiarezza descrittiva e particolareggiata delle soggettive: siamo nella testa dei personaggi ma siamo anche oltre il reale, dove le loro menti si incontrano.

In questo spettacolo si parla di un tipo di guerra moderna, dove troppo spesso oggi le persone si trovano a dover riconquistare la propria intimità e la propria immagine, perché violare il corpo altrui è diventato estremamente facile attraverso nuovi mezzi, sempre più invasivi e determinanti del nostro status sociale. Dove questi episodi finiscono si può immaginare l’inizio di una guerra di resistenza, volta alla riconquista del corpo e della sua dignità fisica.

 

Articolo di Anna Bellelli.

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