L’equipaggio del Walrus attraccò a Isla Fuentes dopo oltre un mese di navigazione, lasciando di guardia solo tre mozzi e uno scarno gruppetto estratto a sorte. Gli altri, sinceratisi di non essere tra gli sfortunati prescelti, si gettarono alle scialuppe come avvoltoi su una carogna, pronti a scialacquare la propria parte del bottino in rum e puttane. Sull’ultima lancia si trovavano, uno di fronte all’altro, Flint e John Silver. Nonappena la barca fu tirata in secco, il capitano si accostò al quartiermastro: “Fate la guardia a questi disgraziati in mia assenza, Silver, ho delle faccende da sbrigare”, gli occhi di Flint apparivano acquosi come quelli di un pesce sul banco del mercato. Che pessima cera, pensò Silver, ma rispose con un largo sorriso, “Fino a quando questa mia gamba me lo consentirà, non li perderò di vista”, battendo sul moncherino, poi rivolto all’equipaggio, “Un urrà per il Capitano Flint, che ci concede una notte di licenza”. Uno scrosciante grido di approvazione scoppiò fra gli uomini e Flint si avviò, mentre i marinai apprestavano gli spiedi per la cena.

Una delle qualità che Flint più apprezzava di Silver era il perfetto bilanciamento fra discrezione e acume, entrambe qualità più uniche che rare in una ciurma di pirati. Aveva il dono, insomma, di leggere tra le fitte righe dell’animo umano, senza che fosse necessario confidarsi, cosa tanto difficile per i duri uomini di mare. E al quartiermastro non erano sfuggiti i progressivi peggioramenti nella salute del capitano: il colore del viso e degli occhi si era fatto giallastro, il fegato era così gonfio che sembrava avere una palla piccola da cannone sotto la pelle, e soffriva, anche se non lo dava a vedere. Nondimeno quando si presentava all’equipaggio, per dare ordini sulla rotta o per pianificare un abbordaggio, ruggiva come il capitano di sempre, agitando la sciabola per trafiggere Dio, se fosse stato necessario. Ma solo Long John Silver sembrava comprendere quanta fatica ciò gli costasse, anche perché solo lui aveva potuto constatare, nei loro radi ma intensi colloqui notturni, quanto Flint bevesse, ogni sera, nella sua cabina, da un paio d’anni a questa parte.

Silver attese che il capitano si fosse inerpicato sulla stretta via che conduce alla baia dall’altra parte della collina. Quando fu fuori dalla visuale, fece chiamare Mayers, il cuoco, “Io me vado a cercare qualche puttana, ché se aspetto voi mi rubate le migliori” e rise fragorosamente al cenno di assenso dell’altro. Con il passo che la sua unica gamba gli consentiva di mantenere, s’avviò sulle orme di Flint, sempre a debita distanza e ben nascosto nel fitto fogliame. Lo vide uscire da una taverna col coltello insanguinato e una bottiglia di rum in mano. Le solite buone maniere, sorrise tra sé Silver. Poi il capitano scese verso la spiaggia approfittando delle ultime luci del giorno. Si deve sapere che i pirati avevano l’abitudine di costruire sulle spiagge meno battute, delle piccole torrette di legno, rialzate quel tanto da consentire a una vedetta munita di ottima vista o di un cannocchiale, di avvistare eventuali navi inglesi o spagnole all’orizzonte. Flint vi si arrampicò sopra e il quartiermastro lo raggiunse con calma.

“Sei venuto a goderti lo spettacolo, Silver?”, domandò Flint sputando nella sua direzione, ma senza successo. Silver nel frattempo si era issato, non senza fatica, sulla torretta, e rimase per qualche secondo con lo sguardo fisso al mare e la gamba penzoloni nel vuoto. “Un relitto in viaggio verso il suo ultimo porto? No, grazie, non sono così sentimentale”, Flint rise e tossì insieme, “Va’ al diavolo”, “Prima o poi”. Il capitano estrasse una boccetta contenente delle erbe secche, se le mise in bocca, masticò e annaffiò tutto con un profondo sorso di rum: d’improvviso era caduta la tenebra intorno. Si intuiva vagamente il riverbero dei fuochi nella taverna sopra la collina. “E quelle?”, Silver indicò la boccetta, “Vengono dal Brasile, le ho tenute per un’occasione come questa”, s’interruppe e fece una smorfia che forse voleva essere un ghigno soddisfatto, “State tranquillo, Silver, sarà una cosa rapida”, “Ho tutta la notte” e prese un sorso dalla bottiglia del vicino. Col passare del tempo, il respiro del capitano si fece sempre più corto, mentre, una dopo l’altra s’accendevano le stelle, “L’unica cosa che voglio è essere padrone del mio destino”, “È giusto che siate voi a scegliere quando ammainare le vele”, “Ah, Silver, vi confesso che mi fa piacere parlare con voi”. Rimasero lì seduti per un tempo indefinito, senza dire altro, con gli occhi rivolti un po’ al mare e un po’ al cielo, finché non sembrò esserci più differenza.

Flint non emise alcun suono quando morì, nessuna ultima frase, nessuna preghiera o maledizione, nessuna parola d’amicizia o pentimento, niente. Passò dalla vita alla morte senza che nemmeno il suo compagno lo notasse. “Nessuno, né uomo sulla terra né Iddio in cielo, mi potrà dire quando e come dovrò andarmene, che vadano tutti al Diavolo, libero ho vissuto e libero morirò… E ti dico un’altra cosa, Silver, me ne andrò fra rumore di cannoni e fendenti di spada, non come la cenciosa ombra di me stesso, che io sia dannato!”, questo aveva detto mesi prima al suo quartiermastro, una notte, in uno dei suoi ormai frequenti sproloqui alcolici. Almeno il primo proposito l’ha realizzato, pensò Long John Silver. Intanto il sole stava sorgendo.

Ringraziamo Camilla Albertini per le bellissime foto

Annunci