Incongruenze

Ci eravamo salutati stringendoci la mano, un gesto un po’ goffo per un primo appuntamento: lo sapevamo entrambi, e infatti avevamo affondato il naso nei nostri menù senza fiatare.
Eravamo seduti ai tavolini d’un bar, in un piccolo spiazzo pedonale tutto di ciottoli. Il finto pergolato sotto cui ci trovavamo lasciava cadere su di noi chiazze scomposte di luce, che giocavano con i suoi capelli color rame. Mi piacevano molto, l’avevo notata alla festa di Alessio proprio per quella chioma leonina; forse avrei dovuto concentrarmi di più sul naso aquilino e affilato, ma quella sera non ero stato troppo in me. A dirla tutta, era già un miracolo che mi avesse davvero scritto, dopo che le avevo lasciato il mio numero in quelle condizioni spaventose.
Ordinammo da bere e lei prese anche un sorbetto. Feci una battuta idiota sul cameriere, tatuato come un galeotto, e lei sorrise per cortesia. Almeno iniziammo a chiacchierare.
Mi accesi una sigaretta aspettando l’ordinazione. Le porsi il pacchetto bofonchiando “Vuoi?”, e lei annuì sollecita. Fece qualche tiro con affettata eleganza, e alla terza boccata le venne da tossire; ne fumò meno di metà.
“Mi dicevi che ti sei trasferita per l’università, giusto? E che studi?”
“Ingegneria meccanica, sono all’ultimo anno”, sorrise con soddisfazione.
“Però!” esclamai ammirato “Strana facoltà per una donna!”
Sei un povero coglione, pensai in una frazione di secondo. Il sorriso di lei si piegò in una smorfia piccata e ironica: “Se lo dici tu.”
Ordinai altro da bere con la gola arsa. Avrei potuto dire “particolare”, farle i complimenti in generale, o anche solo tener chiusa la bocca per una buona volta in vita mia.
Lei aspettò un po’ prima di riprendere il discorso: “E tu invece? Che studi?”
“Geografia!” ed iniziai la mia solita apologia: “Sì lo so, ti chiederai: cosa, esiste la facoltà di geografia?! Ebbene sì, roba assurda, né?”
“In realtà una mia cara amica studia Scienze geografiche a Bologna” rispose lei con posatezza. “Alcuni corsi mi sembrano un po’ noiosi, ma ha preparato degli esami sulla demografia che mi sembravano molto interessanti.”
Cercai di ridarmi un contegno: “Sì no, infatti, anche a me piace molto. Del resto la studio.”
“Ti interessa quindi viaggiare?”
“Be’ sì, parecchio. Adoro i luoghi di montagna, soprattutto. Tu? Sei una da mare o montagna?”
“Città. Vorrei lavorare viaggiando da una capitale europea all’altra.”
Guardai il ghiaccio che annacquava il mio aperitivo e pensai alla mia fobia degli aerei. Cercai di distrarmi rivolgendo di nuovo gli occhi al suo viso lentigginoso: “Che città vorresti vedere più di ogni altra?”
I suoi occhi chiari – truccati d’un nero pesante, che stonava con la freschezza del viso – s’accesero all’improvviso: “Parigi. Mi piacerebbe moltissimo vedere Parigi.”
Non riuscii a trattenere una smorfia. Parigi! Le banalità romantiche, i macarons dai colori innaturali, i musei pieni d’arte italiana. Un’enclave di snobismo in un paese altezzoso come pochi altri al mondo.
“Non ti ispira?” chiese lei.
“Non molto. Però non ci son mai stato, quindi non so.”
“Questione di gusti.”
Aveva una camicetta molto carina e glielo dissi, forse un po’ bruscamente, ma apprezzò. Le chiesi cosa significassero i ciondoli che portava, e mi raccontò le piccole storie di quei pezzi di bigiotteria; le parlai del quartiere dove vivevo, e lei si lamentò della vita da fuori sede. “Eh già, è dura” dissi, ma in realtà non ne sapevo niente: non avevo mai imparato a fare una lavatrice. Me ne vergognai. A un certo punto feci una battuta più azzeccata di quella sul cameriere, e lei proruppe in una risata acuta: si coprì la bocca e si scusò, ma non riusciva a fermare quello strano verso nasale. Cercai di non mostrarmi infastidito.
Davanti al cassiere mi resi conto di non poter pagare sia la mia doppia ordinazione che il suo sorbetto. Chiedemmo conti divisi e io sperai che fosse simpatizzante di una sorta di femminismo contrario al galateo: in effetti non sembrò offendersi troppo.
Volevo accompagnarla a casa o qualcosa del genere, ma ero stupidamente venuto in bici. Dopo un po’ di esitazione sul da farsi, la salutai con un bacio sulla guancia e un “buona serata”, anche se erano a malapena le sette e il sole non accennava a calare in quel maggio torrido. Mentre scappavo via, mi raggiunse alle spalle il suo “ci vediamo!”, e non riuscii a capire con che tono o intenzione l’avesse detto. Pedalai ancor più veloce.

Andammo a Parigi otto anni dopo.
Quando entrammo nella Saint-Chapelle non riuscii a trattenere le lacrime. L’ultima sera feci alcune foto alla Tour Eiffel coperta di luci; ci impiegai un po’ di tempo, non avevo ancora dimestichezza con la mia nuova macchina fotografica. Lei aspettò placidamente, fumando una sigaretta e godendosi la scena. Lo scatto più bello finì incorniciato nel minuscolo salotto del nostro nuovo appartamento.

Mi passò il vizio del fumo, ma non la paura degli aerei: quando lei iniziò a volare tra Milano, Londra e Copenaghen per la sua azienda, non la accompagnai quasi mai. Alla nascita di Clara e Martino, del resto, non avrei potuto fare altrimenti. Durante le sue trasferte la chiamavamo tutte le sere, e i due gemelli gareggiavano in rumorose dichiarazioni d’affetto e lamentele per l’assenza, o perché Martino aveva tirato i capelli a Clara.

Lavorai un po’ ovunque, prima di riuscire a inserirmi nel campo della conservazione delle riserve naturali. Da allora non cambiai più mestiere, fino alla pensione. A un certo punto mi misi in testa di scrivere un libro sulla flora del parco di cui mi occupavo ormai da quasi tre lustri: ci impiegai altri anni, in un flusso incostante ora di entusiasmo, ora di triste pigrizia. Una volta completata l’opera, non trovai nessun editore che la volesse pubblicare. Per i trent’anni di matrimonio, lei me ne regalò una copia stampata e rilegata in una copertina rigida e scura, elegante come solo lei avrebbe potuto progettarla. Non ci scrisse alcuna dedica: il suo “ti amo” me lo donò a voce.

Ora sfoglio quest’unica copia del mio libro, e una strana amarezza mi annoda la gola: al tempo non sembrava importante, ma ora quelle parole vorrei poterle leggere scritte qui, in prima pagina, nella sua calligrafia. Mi aggrappo alla loro eco, al ricordo del suo viso che mi sfugge come il declinare di una canzone verso il silenzio.
Sono seduto in salotto, camminare è sempre più difficile, la mia vista peggiora: tra me e il mondo è calata una tenue foschia. Attraverso il velo intravedo ancora, appesa al muro, la fotografia della Tour Eiffel. Chiudo gli occhi, sono stanco. La casa tace, le pareti sono ammutolite nel tempo, le stanze son ricolme di vuoto.
Io chiudo gli occhi, e cerco di rievocare il trillare di quella risata acuta e nasale che per tanti anni ha dato vita a questi muri, ora così taciti, così insignificanti.

Racconto di Anna Rusconi

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Anna Rusconi

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