L’uomo di cui non ricordava il nome era morto da un pezzo, con le labbra schiuse, annerite e crepate, la barba ghiacciata.
Gli aveva sussurrato di non addormentarsi. Resisti, i soccorsi arriveranno, aveva detto.
La neve intanto continuava a cadere dal cielo grigio coprendo i resti dell’auto.
Da lontano, trasportato dal vento, un ululato.
Si tenevano ancora per mano. Quella dell’uomo di cui non ricordava il nome era avvolta in un guanto di lana e stringeva la sua, con le dita blu e gonfie, in una presa ferrea.

A Vera non piaceva essere fotografata.
Diceva che il suo naso sembrava ancora più grosso e che un occhio veniva sempre un po’ storto.
Lui rideva e le diceva che era bella.
Era sulla spiaggia che le aveva scattato una delle ultime foto, ma non ricordava dove e nemmeno quando.
Era bionda, Vera, e in estate diventava bianca, dea dei ghiacci.
Pensò a quanto sarebbe stata bella in mezzo a tutta quella neve, con gli occhi grandi e scuri.

Udì la sua voce che lo pregava di non addormentarsi, la risata di suo padre che faceva voltare i passanti e la mamma che arrossiva e lo rimproverava. I gabbiani, i gabbiani che volano sul mare e la campanella prima dell’intervallo. Le ginocchia sbucciate, un pugno in faccia e il calcetto in paese, la pallonata sul portone della chiesa quel giorno. Il primo bacio e il primo morto lo stesso mese. Il nonno nella bara, composto e contento e la macchina fotografica ereditata e la zia che canta in chiesa e Vera nel cortile della scuola, che grida, piange, ride, con il sangue tra le cosce ed Emma che è piccola, un fiore, le dita dei piedi dieci, quelle delle mani dieci. È tutto a posto. Piange, respira.

Ringraziamo Camilla Albertini per le bellissime foto

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