È una strana sensazione quella che si ha quando si apre un libro, ci si inoltra nella storia e si va avanti fino alla fine chiedendosi: ma è possibile che io l’abbia già letto?

Ovvio che no: non ci sono film tratti da quel libro, e la pubblicazione è abbastanza recente da renderci sicuri che è la prima volta che questo romanzo lo si tiene in mano. Eppure, c’è qualcosa, che ricorda altri libri, altre storie.

Nel caso de Il prodigio di Emma Donoghue l’illuminazione è arrivata quasi alla fine. Questo romanzo ha un’atmosfera molto rara da trovare, come una nebbia leggera che s’insinua tra le parole e pervade tutto il libro, trasparente eppure estremamente riconoscibile una volta che ci si abbia fatto caso: è il ritmo del thriller, del romanzo di mistero in cui qualcosa non va, ma non si riesce a capire assolutamente cosa sia, quale pezzo manchi al quadro che si dipana liscio e incospicuo davanti ai nostri occhi, distraendoci con la sua normalità.

Il prodigio, di normale, in realtà ha molto poco. L’infermiera inglese Lib, con la sua uniforme severa e lo scetticismo formato dalla guerra passata in Crimea e dalla durezza della vita, arriva in un povero paesino irlandese con il compito di osservare quello che potrebbe essere un potenziale miracolo. Osservare, si badi bene, mai interferire con la routine quotidiana di Anna O’Donnel, undici anni, che da quattro mesi sopravvive senza mangiare.

Che ci sia dietro una truffa o che invece la piccola davvero sia stata illuminata dalla potenza divina, compito della giovane infermiera è quello di guardare, tacere e riportare agli uomini che l’hanno assunta. Ma osservare senza tentare di comprendere è difficile, e riuscire a non giudicare è quasi impossibile. Ed Elizabeth, seduta in una stanza poverissima in un paese poverissimo, si trova a non essere più in grado di far scorrere il miracolo che sta avvenendo dinnanzi ai suoi occhi. Lib deve capire, capire cosa si cela dietro agli occhi impossibilmente adulti di una bambina, dietro i suoi silenzi e le infinite, accorate preghiere. Perché, lei lo sa bene, i prodigi non esistono, e Dio difficilmente rivolge lo sguardo verso le sue creature.

Qualcosa non torna e non scorre, come non scorre più l’acqua nella gola di Anna e il cibo nel suo stomaco. E avviluppata in una sottile rete di rosari, preghiere, piogge lievi che sembrano  non smettere mai, Lib sa che capire, anche se contro le regole, è l’unica cosa da fare per poter salvare la vita innocente della piccola Anna.

Emma Donoghue ha la rarissima capacità di creare una storia con un ritmo impeccabile, svelando qua e là tracce di segreti che ci si ritrova a seguire spasmodicamente, che portano a infinite ipotesi, infinite trame. Eppure, le risposte non sono sempre quelle che ci si aspetta. Il prodigio, in un certo senso, è un libro ossimorico: parla di un miracolo, ma la vita che descrive è l’esistenza semplice di persone semplici; ha un ritmo lento ma scorre sotto gli occhi con una velocità disarmante e anche se si corre affamati verso la fine e le sue risposte, non si può fare a meno di carpire avidamente tutti i dettagli dello svolgimento. E ci si ritrova a notare come talvolta le risposte non stiano nel capire e giudicare, ma nell’osservare e capire: nell’osservare come piccoli gesti nascondano significati di cui noi non siamo consapevoli. Una volta scoperti non si può tornare indietro, però. Si deve scegliere.

Questo è un libro per chi ama la caccia, e si diletta nello sbrogliare il labirinto dei fatti; è anche un libro per il lettore che assapora le parole una ad una e si gode più il percorso della fine. L’autrice ha un’abilità letteraria davvero rara. Tutti i personaggi usano le stesse parole: e non c’è uso di infiniti sinonimi per non annoiare. Anna e la sua famiglia non sono colti, conoscono pochi, preziosi vocaboli. Eppure ogni volta il significato delle loro frasi è diverso, da osservare di nuovo e, più importante, da capire di nuovo. Una prestazione, questa, che conferisce al libro una tale mole di significati aggiuntivi che vale la pena di rileggerlo non appena si è terminato, per ripercorrere le parole usate e comprendere meglio.

“Finalmente”, pensò Lib, “finalmente”. Ma non c’era soddisfazione, solo un cupo dolore.

“Te l’ha detto lui?” Chiese Anna

“Chi?”

Anna puntò il soffitto.

“No”, rispose Lib, “l’ho immaginato”.

“Quando immaginiamo”, rispose la bambina, “è Dio che ci dice le cose”.

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