Dentro la Sardegna, dentro di noi: Accabadora, di Michela Murgia

Sono stata in Sardegna una sola volta, ma ho la ferma convinzione che, prima o poi, ci ritornerò.

La Sardegna è un’isola speciale. C’è un clima meraviglioso, paesaggi incantevoli, ma soprattutto c’è una sorta di alone magico dentro il quale è collocata: vuoi per la lingua, vuoi per la sua geografia, vuoi per la fierezza bella e mai eccessiva dei suoi abitanti.

Chiaramente non parlo della Sardegna patinata, quella di rotocalchi e riviste.

Parlo della sua anima profonda, che, secondo me, è tutta nelle zone dell’entroterra.

Paradossale, forse, che l’anima di un’isola si celi nella sua parte più nascosta. Forse sì, o forse no.

Chi lo sa.

Michela Murgia, autrice sarda di tutto rispetto, ha scritto questo romanzo qualche anno fa e la sua scrittura e la storia che ha raccontato le sono valsi numerosi premi, tra cui il Campiello, anno 2010.

Ma chi è l’accabadora del titolo?

Questo termine, mutuato dalla lingua iberica (“acabar”, finire) indica una persona, generalmente una donna, che è chiamata a “finire”; è “colei che aiuta a finire”. Che cosa? La vita di coloro che sono in condizioni disperate, e hanno bisogno di qualcuno che li traghetti verso la morte per porre fine alle loro sofferenze.

Michela Murgia, con la figura di Tzia Bonaria raccontata dagli occhi della piccola Maria, ci spalanca un mondo che va ben oltre la Sardegna contadina degli anni Cinquanta. Ci pone di fronte ad una realtà data per normale: una figura portatrice di sollievo e non di morte, percepita da tutti come essenziale per la comunità, che la tollera, non la respinge, anche se la guarda sempre con un certo distacco.

Chi porta morte pietosa non commette omicidio, ma adempie ad una ritualità necessaria.

Il linguaggio del romanzo è semplice ed intenso, non occorre altro.

Amo questo tratto tipico della Sardegna e dei suoi abitanti: l’essenzialità, la mancanza di orpelli.

Penso derivi dal fatto che il vero territorio (penso all’entroterra, penso alle miniere di carbone, ad esempio) siano duri, petrosi, ostici. Per amarlo bisogna essere un po’ come lui, riconoscerlo come genitore, un padre e un patrigno allo stesso tempo.

Ecco, Michela Murgia con Accabadora ci porta dentro l’anima della Sardegna, e ci fa riflettere su un tema quanto mai delicato ed attuale.

Ci rinfresca la memoria portandoci ad esempio il mondo rurale e mostrandoci bene come alcune cose, da noi, accadano da sempre. Forse in barba anche ai benpensanti o ai falsi moralisti.

La pietà che i parenti implorano a Tzia Bonaria non è pietismo.

È l’amore per il prossimo che magari vive a centinaia di chilometri da un ospedale, o qualcosa di simile, e non ha alcuna possibilità di andarci, o di sopravvivere.

Ho ritrovato in questo romanzo dolce e toccante le atmosfere descritte da Carlo Levi nel suo bellissimo Cristo si è fermato a Eboli. La stessa Italia contadina, una terra condita con riti magici, tradizioni, profezie e atti di pietà. Forse noi siamo ancora cosí: non abbiamo il coraggio palese di alcuni gesti, ma nel chiuso della nostra quotidianità ai rituali crediamo ancora un po’.

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Silvia Spinelli

La recensitrice libresca. Classe 1988, nordica per caso. I libri sono letteralmente la sua vita, ci abita dentro da sempre: prima come lettrice, poi come studentessa appassionata di Letteratura e Linguistica a Milano, ora come libraia. Adora la letteratura italiana, i racconti brevi, il cinema, ma soprattutto il teatro, la passione di una vita, su e giú dal palco. Non guarda serie tv e spera che dopo questa affermazione continuerete comunque a leggerla con affetto. Sogna di continuare a fare esattamente ció che fa.

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