Chinò la testa bianca. “Possano la benedizione di Dio, e la mia, posare su te, figlio. Possa tu vivere nella luce del Volto e amare la tua propria vita.” Sostò per un momento. “Ora, Joseph, puoi andare nel West. Qui con me hai finito.”

È così che Joseph Wayne, contadino del Vermont, lascia il vecchio padre dagli occhi antichi per andare a stabilirsi in una verdeggiante vallata della California, in cui i coloni sono ancora pochi e la terra molta. Joseph risponde a una chiamata atavica e il suo terreno diventa regno, patria della sua famiglia, amata e curata, e di cui egli è figlio e re al contempo, e tutto ciò che accade nella sua proprietà è una sua responsabilità. Si piega al suo volere la famiglia, si piega la pioggia, la donna che egli corteggia; gli ubbidisce il bestiame. Fino al momento in cui un’ombra si stende inesorabile sulla fertile valle, un presagio antico e potente. E la lotta comincia.

Non credo che tra qualche mese ricorderò perfettamente gli avvenimenti della trama, i nomi, le fisionomie dei personaggi. Questo sarà uno di quei libri di cui ricorderò gli occhi del protagonista, chiari al punto da diventare bianchi con i cambi d’umore, come avviene alle nuvole quando il clima muta; di cui potrò dipingere nella mente a distanza di anni i paesaggi ariosi e rigogliosi di una California non ancora colonizzata: immagini, sprazzi di colore e di contorni illuminati da lampi passeggeri.

E poi, forse ancora più importante, mi rimarrà il senso di sacralità: una spiritualità primitiva e assoluta, con radici così forti nella terra e nell’animo umano da superare qualunque fede “nuova”. Da trascendere e abbracciare al tempo stesso qualsiasi figura divina. Così Dio diventa l’albero, la radice, la pioggia, le ossa della terra che sono anche le ossa dell’uomo. Il protagonista prega un essere antico e ci si chiede se egli stesso non sia una divinità, con lo sguardo penetrante, lo spirito del padre che risiede in una vecchia quercia, e la sua terra che gli parla e alla quale è legato indissolubilmente.

Poi, man mano che si prosegue con la lettura, viene il dubbio che il colono Joseph Wayne sia solo un pazzo con una famiglia di pazzi, incapace di provare affetto profondo per chiunque, compreso se stesso. Eppure, quest’uomo magro e strano che aleggia nel romanzo, e ci veleggia attraverso senza mai toccare nulla e nessuno, comunica un senso di comunione con la Vita e l’Uomo così spontaneo e immediato da lasciare un segno anche nel lettore.

Stette a lungo lassù. Mentre guardava la valle, Joseph sentì invadersi le vene da un caldo fluido d’amore. “È terra mia” disse semplicemente. […] Per un istante gli parve di esser sospeso alto nell’aria e di guardare giù in basso. “È mia” disse ancora “E devo averne cura”.

Sarà uomo o divinità? E che razza di divinità, nel caso: nuova, antica, giusta, crudele? Al di sopra di tutto, forse. O così addentro alle cose da confondere i confini, diventando egli stesso parte integrante di ciò che governa.

Al dio sconosciuto parla proprio di questo, di fede e appartenenza, di vasti spazi e natura, follia, fervida fede, morte. Soprattutto di vita. In un modo sottile, un po’ obliquo, senza morali o risposte banali, attraverso immagini e sensazioni.

Se amate i libri immensi, ariosi e silenziosi, popolati di figure indecifrabili e dallo sguardo acuto, pregni di sacralità pagana e mistero, allora leggete. Non ve ne pentirete.

[…] Intorno crescevano alberi oscuri, diritti come colonne e gelosamente stretti uno all’altro. Nel centro sorgeva una roccia grande come una casa, misteriosa e smisurata. Sembrava che fosse stata fatta con intelligenza e scaltrezza […] simile a un altare, ma quasi fuso e colato su se stesso.

“C’è qualcosa qui. Ne hai paura ma io lo conosco. Da qualche parte, forse in un sogno lontano ho veduto questo luogo, o forse ne sentivo il senso.” Lasciò cadere le mani lungo i fianchi e bisbigliò, cercando le parole: “È sacro…ed è antico. È antico…ed è sacro.” La radura era silenziosa. Un bozzago si lanciò attraverso il cielo circolare, basso sulle cime degli alberi.

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