È passato poco più di un anno dall’uscita della prima stagione di Dear White People. E che anno è stato: si è aperto con la morte del quindicenne Jordan Edwards per mano di un poliziotto, proprio nello stesso weekend in cui la serie debuttava su Netflix, e si è concluso una ventina di giorni fa, quando due uomini sono stati arrestati da Starbucks mentre erano seduti ad aspettare un loro amico.

Non c’è neanche da dirlo: ciò che questi ragazzi avevano in comune è essere persone di colore.

Il ritorno di uno dei prodotti più chiacchierati di Netflix, quindi, non potrebbe cadere in un momento migliore.

Per i personaggi è passato all’incirca un mese dal traumatico incidente di Reggie e le proteste che l’hanno seguito, e il clima alla Winchester non si può certo definire calmo.  Ritroviamo così Sam, Lionel, Troy, Reggie, Coco, Joelle, anche Gabe, sempre combattivi e incasinati, sempre desiderosi di cambiare le cose, ma un po’ meno sicuri del modo giusto in cui farlo.

La narrazione è organizzata nuovamente per capitoli nei quali cambia il punto di vista principale, per darci, ancora una volta, la possibilità di seguire le diverse vicende dei protagonisti. Ma la modalità presenta anche un passo avanti: qui, infatti, ogni episodio è introdotto da un piccolo excursus storico, accompagnato dalla voce del narratore e dalla frase ricorrente, “Seguite con attenzione”. Noi spettatori vediamo così il mondo dell’università espandersi e iniziamo ad avere una chiara idea di quanto profonde siano le radici dei temi trattati.

Lo show ha il pregio di confermare tutti gli aspetti positivi emersi nel primo volume – sia quelli tecnici, legati soprattutto allo sguardo in camera e alla rottura sistematica della quarta parete, sia quelli riguardanti i personaggi e il loro sviluppo, sempre coerente – tenendo però in considerazione il “fallimento” dei metodi con cui la protesta era stata portata avanti: l’intero arco narrativo di questa stagione, infatti, si basa sul dubbio e sul modo in cui ognuno dei personaggi cerca di combatterlo e di non lasciarsi soffocare da esso.

Arrabbiati, determinati, rassegnati, alla ricerca di conferme o di complotti sotterranei, tutti gli studenti vogliono trovare nuovi modi per esprimersi.

Non è da sottovalutare, da questo punto di vista, il ruolo cruciale che media e social network ricoprono in questa stagione: tra un troll che dà voce a “benpensanti” di estrema destra (il gioco di parole che prende e ribalta il titolo dello show radiofonico di Sam per trasformarlo in Dear Right People è una delle molte chicche al vetriolo disseminate negli episodi, in perfetta continuità rispetto alla prima stagione) e una società segreta che si approccia agli ipotetici membri seguendoli su qualsiasi social media, lo show riesce a usare questi canali di comunicazione in maniera intelligente e ad affrontare così tematiche quali l’importanza della rappresentazione in TV o al cinema, il seguito che possono avere le fake news o le teorie complottistiche o fino a che punto una persona possa sopportare il cyber bullismo.

Dear White People nasce negli Stati Uniti e da lì prende spunto, sia per gli argomenti trattati sia per le citazioni, ma questo non vuol dire che la sua forza e la sua potenza non arrivino anche a chi non ha una conoscenza approfondita della situazione americana. Anzi, quello che lo show riesce a fare in maniera eccellente, anche in questa seconda stagione, è sottolineare quanto ogni tipo di discriminazione sia parte integrante delle nostre esistenze, come possa arrivare da ogni pulpito e avere le motivazioni più varie (anche solo il cinico sfruttamento degli eventi per un proprio tornaconto).

In nessun momento di questi dieci episodi i personaggi dichiarano di aver trovato le verità assolute per combattere il razzismo, esattamente come non lo facevano nella prima stagione, ma un passo avanti sembra esserci: la consapevolezza che la chiave sia la conversazione, la condivisione delle esperienze, l’accettazione dei propri difetti e di quelli degli altri.

Perché sarà una frase trita e ritrita, ma l’unione fa la forza.

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