La sera che mi hai lasciato

Mi avevi lasciato, aveva cominciato a piovere e l’ombrello era in macchina. Camminai
fino all’auto: il vetro era rotto ed era sparito l’ombrello, dentro era tutto fradicio; guidai finché l’auto non ebbe un problema al motore e si fermò pochi minuti dopo che mi si era scaricato il telefono in seguito al vano tentativo di utilizzare Shazam per trovare una canzone che non riuscii ad identificare e che mi venne intimato di non canticchiare ma che ipotizzai potesse essere questa.
Rimasto a piedi venni tirato su dopo poche ore da un uomo presumo indiano che sapeva di curry e aglio, parlava una lingua che al momento non riuscii ad riconoscere sprovvisto di app com’ero, “grazie” gli dissi, e lui rispose कृपया.

Dopo aver inteso non senza sforzo il grande valore che la cultura hindu attribuisce al denaro, e quanto invece sia in essa svalutato quello dell’umana carità, forse introdotta dal Cristianesimo in Occidente nel primo secolo a.C. e non ancora familiare alle popolazioni dell’Asia meridionale, arrivai finalmente a casa tastandomi invano le tasche in cerca delle chiavi probabilmente rimaste sulla macchina del presunto indiano o nella mia macchina o smarrite mentre inseguivo l’ultimo autobus sotto la pioggia. Poco male, rimuginai.

Volevo chiamarti ma “Δ” e comunque il telefono è scarico. Che fare? Ecco, mi arrampicherò e romperò il vetro della finestra per entrare in casa mentre la sorte fa della facile ironia su quanto accaduto alla mia auto e su quanto sto per fare alla mia
finestra. Riflettei. Poi mi decisi, raccolsi un sasso da terra e notai che sotto di esso la
vita letteralmente “brulicava” e vidi sparpagliarsi tisanuri, coleotteri carabidei, myriapoda, oligocheti e imenotteri apocriti. Socchiusi gli occhi e immaginai la loro
vita prima che sollevassi il sasso innescando quella che sembrava la reazione ad una
sirena d’allarme bombardamento che aveva gettato la popolazione nel panico disperdendo gli abitanti costretti ad una frenetica corsa ai ripari, allora rimisi a posto
il sasso e attesi alcuni istanti, poi lo risollevai e notai con sorpresa che alcuni esapodi
erano morti. Mi sfregai la barba con pollice e indice rimuginando su ciò che quell’episodio avrebbe potuto insegnarmi riguardo all’alterazione di sistemi complessi e all’impossibilità di tornare sui propri passi una volta compiuta una scelta, ma rimandai a più tardi eventuali agnizioni e decisi di passare all’azione scagliando il sasso in direzione della finestra che mancai scagliando un altro sasso in direzione della finestra che mancai scagliando un altro sasso in direzione della finestra che mancai scagliando un altro sasso in direzione della finestra che andò in frantumi: i miei pensieri d’improvviso presero forma di linguaggio, o viceversa: Il vetro in frantumi frantume [fran-tù- me] s.m. (spec. pl.) Ciascuna delle singole parti in cui si divide un oggetto quando si rompe SIN frammento, scheggia || andare, mandare, ridurre in frantumi, in mille pezzi ~fig. in disfacimento, in rovina.

Aggrappandomi al davanzale della finestra rotta ebbi la tipica sensazione di avere subìto una distrazione muscolare, a quanto pare non sono più agile come un tempo, forse per questo mi hai lasciato ma io non ho bisogno della mia agilità di un tempo, che importa, ora sono qui con le mani sul cornicione della mia finestra rotta, la mia finestra in frantumi, come il mio cuore? O sarebbe meglio dire “Δ”? La domanda sul senso della vita è un tema ricorrente in filosofia, oltre che in letteratura, poesia e altre forme espressive.
Secondo la filosofia greca, la risposta è nella filosofia stessa come discorso e modo del vivere; emblematica, a questo proposito, è la figura di Socrate, a cui Platone attribuisce questo apoftegma: «una vita senza ricerche non è degna per  l’uomo di essere vissuta». La filosofia ellenistica indica altresì la strada degli esercizi spirituali, dell’«imparare a vivere». Per Zenone di Cizio, fondatore dello stoicismo: «Lo scopo della vita è di vivere in accordo con la natura». Mi appuntai quest’ultima frase incidendola con le unghie sul davanzale mentre pensavo che era il mio compleanno e tuttavia avevo il cuore in pezzi. Realizzai: infranto[in-fràn- to] agg.1 Rotto, spezzato: frammenti di un vaso i. 2 fig. Che non appare più perfetto come una volta; che, a contatto con la realtà, mostra la propria natura fragile e caduca: idolo i.; sogni i. || cuore i., deluso in amore.

Mi rividi nella definizione appena enunciata e mi ricordai di quando mi dicesti “Come sei fragile e caduco” mentre armeggiavi con il motore della tua Subaru Impreza blu, scambiando il sudore della fronte e il nero olio del tuo motore 2,0l turbo da 211 CV con un gesto della mano. Io rimasi in piedi con il vassoio della limonata ancora tra le mani senza sapere se a) procedere verso di te per offrirti un bicchiere di ottima limonata fresca, ideale in estate, tempo in cui non solo si cerca di dissetarsi e rinfrescarsi colle bevande ossidule ma di riparare in qualche modo alle forze esauste dai copiosi sudori prodotti dal calore eccessivo della stagione b) indietreggiare a capo chino tornandomene in cucina, quindi avanzai d’un passo ma subito ci ripensai e feci un passo indietro ma subito ci ripensai e feci un passo avanti ma subito ci ripensai e feci un passo indietro finché la caraffa di limonata non crollò a terra vinta dalle onde sismiche generate dalla mia incertezza o impasse, andando in *****tumi. Non dimenticherò mai il tuo sguardo carico d’odio mentre a volto chino empatizzavo con la ******ffa ** ****tumi.

Decisi di non pensarci, scacciai via quel ricordo con la rabbia e l’orgoglio con cui si scaccia via un piccione che ti si avvicina facendo il finto tonto mentre consumi il pranzo che ti ha preparato tua madre seduto al freddo su una panchina del parco nell’ora di pausa di un impiego decisamente sottopagato. Mi feci forza ed entrai in casa con un balzo che mi avrebbe assicurato i classici DOMS a cui non ero più abituato e mi misi buono buono a leggere un libro che a pagina 69, ultimo paragrafo, recitava:

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Racconto di Davide Fossati

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L'ospite Inatteso

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