La foresta di bambù

1.

Con il giornalista letterario italo-tedesco Bruno Bohm entrai in contatto attraverso un amico comune, capo redattore per la stessa testata di Bruno, che mi aveva ben avvertito: lo avrei conosciuto in un periodo particolare della sua vita. La sua patologia era stata esasperata da fin troppe tensioni. Era prevedibile uno sfogo imminente, come l’incubatrice di una rivoluzione. In effetti, già al nostro primo incontro, pensavo che sarei stato semplicemente sorpreso, ma ne fui soprattutto intimorito: nella mia carriera non mi ero mai imbattuto in nulla del genere. Dovetti far appello a tutta la mia umiltà di giovane medico, per addentrarmi nel piano che regolava le manie dell’altrettanto giovane paziente. In secondo luogo, ebbi l’impressione che ci fossimo già incontrati prima, e ciò contribuiva a rendermi più inquieto; ma forse questa suggestione era data dalla mia lettura propedeutica degli scritti di Bruno nei giorni precedenti: un saggio sulle guerre in Giappone, una raccolta di venti novelle di rivisitazioni dei miti dell’Est asiatico, e innumerevoli rubriche su romanzieri e poeti contemporanei orientali. Fin quando la sua produzione collassò, a neanche 40 anni. Bruno iniziò a soffrire di una mania di persecuzione dal caos, che cominciò quasi stupidamente pochi mesi prima. Vale giusto la pena ricordare due episodi.

In un mattino in cui la corrente elettrica era saltata nella palazzina di Stresa dove viveva scapolo da anni, si recò alla tabaccheria sottostante per acquistare delle pile per la torcia elettrica; risalendo al suo piano, tuttavia, s’accorse che la corrente era già ritornata, per cui ripose subito quanto aveva comperato. Quando l’energia elettrica però si interruppe nuovamente un paio d’ore dopo, si agitò, non riuscendo a trovare la confezione di pile acquistate poco prima. Perciò si recò ancora al negozio, acquistandone una nuova confezione con qualche scusa ridicola per mascherare l’imbarazzo. Rincasando si ripromise stavolta di riporle in un posto particolare, di cui si sarebbe certamente ricordato: il primo cassetto del comodino in camera da letto. Fu lì che, aprendolo, ritrovò la confezione acquistata due ore prima. L’aneddoto, che potrebbe far sorridere i più, lo turbò non poco, tanto che da quel momento non poté fare a meno di inventariare maniacalmente ogni oggetto presente nel suo appartamento. Dapprima si limitò a qualche annotazione incollata allo specchio del bagno (“3 saponette nuove, armadietto sotto lavabo”) o sull’anta frigo della cucina (“2 conserve di sgombro, armadietto di fianco refrigeratore”). Dopodiché quasi tappezzò il suo appartamento minimalista di annotazioni via via più articolate e collegate fra loro. Un esempio che mi incuriosì – anche perché fra i primi in cui mi imbattei – fu un foglio A4 plastificato sul mobiletto d’ingresso: “qui pantofole all’occorrenza; in camera da letto pantofole da sera e scarpe da tennis per esercizi mattutini*”, “scarpiera corridoio per le calzature, estive davanti e invernali su retro**”. Gli asterischi rimandavano alle seguenti note: “* a seguire una tabella con un programma riscaldamento e allungamento muscolare”; “** segue elenco tipologie calzature per colore e materiale”. Non proseguirò nell’elenco, presumendo che quanto vi ho descritto sia già singolare a sufficienza.
L’altro episodio che vale la pena ricordare è l’ultimo, avvenuto un paio di settimane fa. Premetto che, nel pieno della sua attività di catalogazione più perversa, aveva iniziato a trasferire le informazioni cartacee in una banca dati – ancora primordiale – inserita in un terminale rudimentale, acquistato ed adattato all’uopo. Bruno non era mai stato appassionato di tecnologia, se non quando costretto: scriveva le sue recensioni ancora a penna, nemmeno con la macchina da scrivere. Ma ora aveva necessità di incrociare e riclassificare le voci a seconda dell’esigenza: per ordine alfabetico, per quantità, per posizione, per ambito di utilizzo. Tanto che ormai lavorava a fatica, si può dire che avesse quasi smesso di lavorare. E come avrebbe potuto, in fondo? Era sufficiente iniziare a stendere una recensione di un nuovo libro di poesie di un autore emergente locale, che già il pensiero ricadeva su dove avrebbe posizionato il libro da recensire, per poi inserirlo in uno schema di progressione. Ultimamente prediligeva quello alfabetico per cognome dell’autore nell’insieme delle nazionalità, a loro volta accostate per prossimità geografica (sull’Italia vi era una suddivisione per regioni, sugli altri paesi europei ancora no). Aveva da poco dovuto nuovamente assemblare la modesta libreria, ordinata fino ad un mese prima per generi su tre pareti – una per la poesia, l’altra per la narrativa e l’ultima per la saggistica, con nazionalità alla rinfusa. Tuttavia, doveva scongiurare ogni possibilità che si verificassero buchi di continuità nelle sue disposizioni; doveva soprattutto agevolare il reperimento di un libro qualunque con il più piccolo degli indizi. Aveva quindi iniziato ad apporre dei contrassegni colorati adesivi sul dorso in basso di ogni titolo, riportanti un numero preceduto da un segno. Mi spiegò che si trattava dell’indicazione del fuso orario del paese di appartenenza dello scrittore: su fondo più scuro, gli stati più a ovest e più chiari per quelli dell’est. Questo nel caso in cui avesse avuto bisogno di partire da una ricerca geografica.
È necessario comprendere tutto ciò per capire quanto potesse essere emblematico l’ultimo episodio che mi appresto ad esporre: il suo cane gli portò un foglietto appallottolato, lasciandolo ai suoi piedi. Serbava ancora quel foglietto in tasca, per l’ossessione di smarrirlo nonostante tutta la metodologia approntata. Dapprima non aveva dato importanza all’accaduto, sebbene ormai quasi niente per lui ne avesse all’infuori del complesso inventario dei suoi averi. Quando aprì il foglietto vi lesse uno strano frammento, apparentemente ignoto, che feci in tempo a trascrivere, giacché Bruno non ha mai voluto lasciarmelo.

            “Schivavi getti di luce nella foresta di bambù dove ero io,

            non mi guardavi eppure mi vedevi.

            Mi terrorizzi e ti nascondi dietro gli incavi nodosi delle canne,

            come vuole il mito malesiano.

            Hai distratto la regolarità dei raggi luminosi, quelli della mia pace.

            Vorresti ignorarmi, ma non puoi evitarmi,

            mi si spezza il cuore e non ti perdonerò mai.

            Nessun Virgilio a distoglierti dalla terrificante seduzione di questo bosco,

            che non volge ad altri che te le sue attenzioni,

            che da nessun altro le vuole ricambiate.”

 

Dico ‘apparentemente ignoto’ in quanto Bruno stesso aveva riconosciuto la propria calligrafia, e con essa, anche l’assillo di non ricordare nulla riguardo a quelle righe strampalate. Fu come la propria razione di peccato originale, la prima ineluttabile falla nel suo metodismo rigoroso e progressivo, da tempo tessuto a mo’ di tela di ragno. Sacrificare sempre più i legami con la realtà quotidiana, ogni giorno, ogni ora, trascurare le ambizioni, i contatti, gli amori, la cura di se stesso, l’alimentazione, l’igiene, il sonno, non era più abbastanza.

Se lo sconvolse l’evidenza di questa pecorella smarrita del suo gregge ordinato, si pensi a come poteva sentirsi demolito dal fatto di non riconoscere quel cane che gliela aveva recapitata. Perché era convinto di non averne mai avuti. Se non in famiglia, da piccolo. Su di lui precipitò un principio di frustrazione inesorabile, che lo portò a chiedere aiuto – o meglio, il nostro comune amico lo fece, andandolo a trovare, angosciato dal suo stato. Anche se fui portato ad indugiare, con la scusa di attendere più informazioni possibili, a quel punto ero invece deciso comunque ad iniziare le sedute di ipnosi. Se non altro per guadagnare almeno una parvenza di sedazione delle sue ansie – e anche delle mie, acuite di fronte a quel meccanismo freddo nella sua grandezza e minaccioso nella sua imminente fragilità.
In seguito ad alcune ricerche preliminari, sapendo che Bruno Bohm era apprezzato storico e critico di lettere orientali – in particolar modo giapponesi – volli tentare di portarlo con la mente ad Arashiyama, nei pressi di Kyoto, dove si trova un celebre bosco di bambù. Lo sguardo insonne e rassegnato di Bruno mi autorizzò a procedere, ma l’esperimento fu inconcludente, se non per il piacevole itinerario esotico in terre a noi lontane, ma a lui prossime. Fra parchi brulicanti di scimmie ormai quasi domestiche, ponti romantici distesi fra templi e lapidi commemorative, e la citata foresta di bambù di Sagano: era stato più o meno lo stesso sollievo effimero di cui avrebbe potuto beneficiare in seguito ad un esperto massaggio thailandese.
Sospesi l’inconcludente seduta e mi congedai spaventato, più che deluso. Pensai alle sue origini italo-bavaresi e trovai buono riprovare con un’altra meta, meno esotica e cinematografica: un piccolo bosco simile era presente anche nei giardini di Trauttmansdorff a Merano. Feci così il giorno dopo, iniziando la mia seconda seduta, ma l’esito sembrava essere ancor più ridicolo. Innervosito e sul punto di interrompermi ancora, avvertii Bruno iniziare a parlarmi più distintamente del solito, nonostante lo stato di trance. Mi pregò di consultare un plico di tabulati appoggiati sulla madia alla mia sinistra: la nota recitava “numeri usciti della Provincia di Varese”, il quotidiano per cui lavorava da tempo. Guidandomi sulla lista ad occhi sempre chiusi con la sola voce, scorrendo svariate pagine, arrivai ad una sezione risalente a quasi trent’anni prima. Voleva che leggessi dove fosse archiviato il numero del 28 agosto 1951. Le caselle di fianco alla riga individuata indicavano alla parete Nord lo scaffale 5,4 (secondo il piano cartesiano “ascisse, ordinate”). Era un grande cassetto contenente una pila di giornali. Alla destra di ognuno sporgeva un foglio adesivo riportante le date di uscita: trovare il 28/8/51 fu facile. Distesi il giornale e lessi il titolo: “Tragedia all’isola Bella”. Bruno voleva che continuassi e continuai. “Dopo dieci giorni di vane e disperate ricerche per mare e terra, ritrovato il cadavere del piccolo Bruno”.
Non feci in tempo neanche a realizzare quanto fosse assurdo ciò che stavo leggendo. Mi chiesi perché avessi insistito fino a quel momento con la ricerca su terre lontane. Non sapevo spiegarmelo, ma iniziavo a percepire noi due come la verità: distanti dalla realtà, che mi affannavo ad inseguire terapeuticamente come un pazzo. Rileggendo il trafiletto, lasciai cadere il giornale sul pavimento, un lungo brivido percorse ogni mia articolazione. Per quanto ignorassi cosa stesse accadendo precisamente, cosa il destino volesse profilarci, non avevo nulla da obiettare al succedersi degli eventi. Ogni mio pensiero confuso si dissolveva e ogni sua parola si seccava sulla mia lingua arida. Bruno, dormiente, adesso taceva. La nostra selva oscura era dietro l’angolo. Lungo quest’isola così certa, limpida, desiderabile. Così come il nostro lago che la circonda e protegge. E il tempo era bello come non mai, pronto a suscitare le nostre migliori passeggiate, al dischiudersi delle nebbie mattutine. Inutile andar lontano, a cercare misfatti romanzati da ombre e pioggia. Nel suo saggio “Battaglie tropicali” Bruno scrisse che ad Okinawa la guerra non oscurò il sorriso del sole costante, e le esplosioni non indebolirono le soffici e candide piantagioni di canna da zucchero; sotto le portaerei, i pesci variopinti dimenavano ancora curiosi le loro code sgargianti fra i coralli accesi. La vita resiste, sfavilla, corre sul posto anche al passo delle tragedie più ingrate. Allora volli concentrarmi sullo scenario delle nostre depressioni e dei nostri affanni. Sotto il cielo perfetto delle nostre giornate, in cui sfavillano le auto dei turisti in fila sul lungolago, verso i cinematografi. Le divise arroventate dei poliziotti nelle affollate piazzole del centro. I vicoli colorati dai canti sgraziati dei gabbiani, i traghetti che si incrociano numerosi come formiche lentissime. La fragranza dei fritti di pescato per pranzo nei ristoranti, le note imperfette di una prova di un concerto jazz nell’orto botanico.
Come può un bambino vivere già sull’isola Bella? È molto più stimolante desiderarla dalla terraferma, come l’uomo preistorico interrogava la sua luna. Mi decisi a riprovare da capo, ad andare insieme a Bruno, non potevo abbandonarlo ancora. Mi autoipnotizzai assieme a lui, e con lui mi lasciai andare.

2.

Il traghetto approda al porto dell’isola, a qualche decina di minuti dalla costa. Io scendo confuso fra gli altri bambini della classe, mentre veniamo raccolti all’ingresso dove ci attendono le guide e gli insegnanti. L’euforia delle prime ore di una gita scolastica si sta già affievolendo. Il mio corpo e la mia mente si deconcentrano, sopraffatti gradualmente dalla noia e la stanchezza. Non c’è mia madre con me. Guardo fra gli alberi e gli arbusti, scorgo un cancello e un muro, che in poco tempo abbiamo già oltrepassato. Appare il palazzo barocco, verso cui pensavo che ci avrebbero portato, al riparo dal caldo. Ci fanno avanzare in fila per due, io non scelgo il mio compagno, il mio migliore amico è malato, ma presto la mia mano al bambino da solo di fianco a me. Salire le scale che collegano le terrazze dei giardini è faticoso. Questi fiori strani e rigogliosi non mi sembrano di qui. Come il mio piccolo compagno, ora che mi accorgo di non conoscerlo. Ma è alto come me e sorride.
Quando entriamo nel parco e tutti sono distratti dalle ruote dei pavoni in posa tra le fontane, lui mi tira via all’improvviso e inizia a correre con foga. Non ci vedono per la confusione. Più ci distanziamo dal gruppo, più aumenta la mia preoccupazione: vorrei indietreggiare verso ciò che conosco e mi è familiare, e al contempo vorrei già conoscere ciò che è ignoto alla mia vista, perché non mi appaia più oscuro e minaccioso. Mentre ci fermiamo vicino ad un giardino geometrico di cespugli spinosi, io riprendo fiato e il mio compagno si china a raccogliere strane bacche violacee. Ne mangia in abbondanza e sorride di piacere. Vorrebbe che anch’io ne assaggiassi, ma ho paura che siano velenose e mia madre mi ha sempre sconsigliato di mangiare cibo offerto dagli sconosciuti. Eppure lui non mi sembra quasi più uno sconosciuto: è una guida scomoda da cui mi dovrei ben guardare, ma a cui ora non posso rinunciare. Dice che conosce questi posti come le sue tasche, ma che se ho tanta paura possiamo tornare indietro. Io annuisco sollevato dalla sua proposta, quando certe urla sguaiate rintoccano all’improvviso dietro di noi: un bruto spuntato dal nulla ci vuole cacciare e ci sbarra la strada. Io lo imploro e cerco di spiegare che poco più in là a qualche decina di minuti dalla costa ci aspettano gli altri. Ma blatera una strana lingua e le mie lacrime non lo scompongono minimamente. Il mio compagno sembra più infastidito che preoccupato; ma quando l’uomo ci scioglie il cane contro, lui riprende la mia mano e mi trascina rapido dentro il labirinto di cespugli. Non riesco a vedere che incastri verdi, ripetitivi e contorti. Ogni angolo prelude ad un altro angolo, ogni bivio un nuovo bivio. Lui dice che ha percorso tante volte il tragitto alla cieca, tenendo sempre la stessa direzione ad ogni diramazione. La sua mano sinistra tiene la mia, la destra sfiora sempre le parete di arbusti accanto a noi. Può andare talmente veloce nel labirinto, da superare il tempo stesso. Infatti il cane che da principio sentivo quasi avvinghiato, rabbioso, ai miei polpacci nudi, comincia ad allontanarsi. Dice che si sarà perso come sempre, perché è un cane ormai vecchio, come suo padre, il custode che ci urlava contro. Sono tedeschi e si sono trasferiti lì da giovani, ma lui essendovi nato parla bene la nostra lingua, che invece il padre disprezza.
Siamo finalmente fuori dal labirinto e una folata di vento fresco mi accoglie, così il respiro si fa più dolce. Entriamo in una foresta di bambù e lui vi si addentra come impazzito di gioia. Il mio animo si è rilassato assieme al tempo: ora possiamo giocare e riposare, bisticciare e fare la pace. Mi sfida a correre più veloce di lui, evitando fra gli slanci i tronchi fitti e misteriosi: non ho scelta e cerco di impegnarmi al massimo, se non altro per non perderlo di vista. Anche nella foresta può essere più veloce del tempo. Dopo poco mi sento scoppiare il cuore e devo fermarmi: mi inginocchio leggermente con le mani appoggiate sulle gambe, così mi hanno insegnato a scuola durante le lezioni di ginnastica. Sono così stanco che non mi rendo conto di non vederlo più. È scappato chissà dove assieme al suo nome, che non conosco, per cui non so come chiamarlo.
Il sole che picchiava sul molo del porto ora è solo una luce intermittente, filtrata dall’immenso canneto. L’aria è più lieve, quasi immobile. Sento adesso che la sua voce mi urla, mi chiede qualcosa. Ma non riesco a scorgerlo. Dopo essermi addentrato ancora e rigirato su me stesso, mi fermo e mi concentro coprendomi gli occhi con le mani sudate. Mi chiede come mi chiamo – io urlo il mio nome –, poi quanti anni ho e cosa voglio fare da grande. Prima di rispondere cerco di seguire il suono della voce per ritrovarlo. Grido lentamente di avere dieci anni, che da grande mi piacerebbe fare il medico come mio padre e che ora ho tanta paura. Poi lo perdo ancora. Mi sembra però di riconoscere la sua maglietta bianca circa centro metri alla mia destra. I suoi movimenti orizzontali che cerco di seguire senza farmi scorgere, divengono verticali, poi ancora orizzontali, e così via. Quasi spiandolo, vedo che si arrampica con l’agilità di uno scoiattolo sulle poderose canne, poi in altezza passa da una canna all’altra, per poi ridiscendere e continuare. Provo a prendere l’iniziativa e cerco di avvicinarmi. Gli chiedo a voce forte come si chiami lui. Mi risponde di chiamarsi Bruno. Poi dice di avere nove anni e di voler diventare scrittore, e che questo fa arrabbiare suo padre. Così mi recita alcune poesiole che ha inventato: non capisco il significato, ma seguo la sua voce. Adesso gli sono più vicino, Bruno si è arrampicato di nuovo, sale ancora più alto su un altro tronco. Io lo guardo salire e un raggio di sole mi acceca, so che non devo insistere a fissarlo. Abbasso lo sguardo. Lui dapprima emette un lamento e poi mi chiede di arrampicarmi subito e raggiungerlo. Io imbarazzato dico di no, non riesco neanche a salire sulla pertica a scuola, e l’altezza mi fa paura. Lui urla dicendo che questa volta non è per divertimento. Nel punto in cui si trova si è impigliato sotto la spalla in una prominenza del tronco e gli fa male. Io gli suggerisco di lanciarsi. Lui obietta che non riesce, è incastrato. Io ripeto di provare, posso stare io sotto a prenderlo. Lui dice di no, se non vogliamo morire tutti e due, e comincia a piangere. Mi sembra di vedere che il legno gli si è conficcato sotto l’ascella. Del sangue scuro è iniziato ad uscire e la visione mi impressiona. Da lontano sento abbaiare il cane, che nonostante la stanchezza e il disorientamento, deve aver ritrovato la strada. Non so cosa fare, mi sento spacciato, per questo voglio svegliarmi. Voglio interrompere il sogno, finire qui la seduta. Lui urla di quale sogno io stia parlando e che piuttosto devo arrampicarmi subito. Mi giro e inizio a distinguere il cane correre goffamente verso di noi con la bava che sgocciola dalla bocca sdentata. Mi avvicino al tronco. Mi ripeto che l’ipnosi deve finire e dobbiamo svegliarci adesso. Insisto concentrandomi fra le sue grida. Ma dal momento in cui insisto, finalmente distinguo anche la verità degli eventi dal mio momentaneo delirio. Cosa sono allora le mia visite alla casa di Bruno a Stresa, l’analisi di tutti i suoi cataloghi paranoici, le mie incertezze di medico, tutta la mia vita adulta e tutta la sua? Se è già improbabile che si riproponga il passato, ricordarsi addirittura del futuro è oltremodo assurdo. Quindi cos’altro potrebbe essere, se non la proiezione di una scelta presente, avventata o vigliacca? Intanto quel cane rabbioso e impacciato è quasi arrivato a me, così come alcune gocce del sangue di Bruno. Non c’è alcun futuro e nessuna ipnosi: la realtà è in questo istante che vorrei si palesasse in semplice incubo. Potrei agire d’istinto, scappare da lì, seminare di nuovo quel cane, ora che conosco il segreto del labirinto e poi raccontare a tutti una frottola, dire che mi sono smarrito. Ma questo significherebbe lasciare Bruno al suo destino. Lo ritroveranno a fatica in non meno di venti giorni di ricerche, perché non sarà facilmente visibile in questa foresta. Le canne di bambù crescono di un metro al giorno e lui resterà infilzato a venti metri di altezza, morto dissanguato e di stenti. Ne parleranno le cronache e i giornali locali fino al ritrovamento. Quando individueranno fra migliaia il suo tronco rosso di sangue e il cane verrà a leccarlo. Oppure devo appigliarmi a chissà quale forza e arrampicarmi in fretta, cercare di salvarlo, Dio sa come. In qualche modo portarlo giù e attendere che qualcuno ci salvi entrambi. Il cane si affanna a pochi metri da me. Se è questo che significa crescere, allora non mi sarei mai dovuto allontanare. Ora che sono troppo distante, dipende tutto da me. Da me soltanto, nel lampo di questo attimo.

 

Racconto di Andrea Carloni

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