L’enfer c’est les autres.

(J. P. Sartre,  Huis clos, 1944, scena cinque)

 

Alcune notti non facevamo l’amore. Andavamo in camera, chiudevamo la porta. Lui appoggiava l’orologio vicino alla lampada, accendeva la luce del comodino, ci spogliavamo. Entravamo nel letto, rimanevamo abbracciati, alternavamo parole a baci, baci a parole, parole a baci. Eravamo leggerezza. Talvolta lui entrava in un silenzio difficile da comprendere: io, allora, lo stringevo più forte contro il petto e lo sentivo respirare con più lentezza, con più aria. Di mattina gli piaceva annusarmi il collo, diceva che il mio odore aveva qualcosa di particolare, un misto di erotismo e puerizia, e lo diceva con voce da poeta. Le notti che non facevamo l’amore erano più profonde di quelle in cui lo facevamo: era puro amore assoluto. Come avrei potuto vivere di altro? Più la carne veniva meno, più mi sembrava che ci fosse, la carne. Non avvertivo le quotidiane, consumistiche necessità degli altri amori.

Una notte mi disse che si sentiva come un essere venuto da un altro mondo, di un’altra specie: una creatura, una bestia intrappolata nella vita degli uomini, una vita di sangue e rancore; diceva che l’avevo liberato io, e si chiedeva perché avessi voluto farlo. Le sue parole sapevano essere come fiocchi di neve in inverno quando parlava per me, ma i suoi discorsi, se cercava di trovare parole per i suoi pensieri, oscillavano tra una felicità gioiosa, bambina, ed espressioni di cupa introspezione. La sua freddezza era calma ma improvvisa, si manifestava dopo giornate confuse, e persone, troppe persone. Nell’apatica assenza dei suoi gesti intravedevo un dolore, un isolamento: si sdraiava sul letto e sembrava che non mi volesse nella stessa camera. Allora io cercavo di togliergli la maglietta, di farmi accettare, e dopo che riuscivo a sedermi di fianco a lui pensavo a quella storia della bestia: abbassavo le palpebre, lo abbracciavo, lasciavo che le mani scivolassero lungo la schiena liscia ma, mentre lo carezzavo, mi pareva di carezzare una pelliccia, più calda d’ogni pelle. Freddo lo era diventato, non ci era nato: si nasce sempre attaccati ad un soffio simile al fuoco. A me piaceva prendermi cura di lui, scaldarlo, sebbene mi sembrasse di non poterlo toccare dove l’oscurità si faceva più fitta.

Spesso mi chiedeva di graffiarlo, le notti in cui l’amore lo facevamo. Una mattina, mentre ancora dormiva, vidi i graffi sulla sua schiena e poi guardai le mie unghie, strinsi le dita: ero stata io. I graffi erano rossi e profondi, come segni di frusta. Come poteva essere forma del mio amore? Lo svegliai, gli chiesi scusa, urlavo, urlavo, parlavo, parlavo veloce, faticavo a respirare, ero, ero, ero un mostro, ero sempre più agitata, sempre più confusa, ero un mostro, un mostro, perché lo avevo graffiato così forte, urlavo, urlavo. Anche lui non capiva ma non pareva agitato, era ancora assonnato, mi sfiorò il collo con due dita, aprendo gli occhi, e cominciò a carezzarmi sulle labbra, sulla guancia, sulle ciglia. Mi sussurrava che non ero stata io: io non gli avevo fatto del male, mai. Io avevo smesso di parlare, piangevo. Ma era lui, era il suo dolore. Io ero un tramite, diceva, ma sapevo che ne ero parte, anche se non lo ammetteva: ero una vita senza sangue, senza rancore. Disperavo di poter estirpare la radice di del suo dolore. Ero arrivata a credere che in quell’esatto dolore lui trovasse identità, conforto.

Mentre lo facevamo, nelle ultime notti gli chiedevo di fermarsi, anche nel mezzo di tutto. Il piacere non mi interessava quasi più: fare l’amore, scopare, godere potevo farlo con tutti, quello che facevo con lui potevo farlo solo con lui. Volevo che si fermasse per guardarlo negli occhi, mentre mi carezzava il seno. Un’altra notte lo vidi piangere, dopo l’amore. Le sue lacrime erano come ghiaccio sciolto, dolci come l’acqua dei fiumi. Non lo vidi mai piangere come piangevo io: piangeva come piangono gli alberi e le lacrime cadevano come foglie, ben distinte, una alla volta. Ma quando piangevo io, lui era più forte di quanto lo fosse per se stesso: tu sei la mia forza, gli sussurravo mentre già dormiva, prima di farmi più vicina e cercare il suo corpo. La sua figura riusciva a darmi sicurezza e pietà. Mi carezzava in modo paterno: lettere di sillabe dolci entravano in fila indiana nelle mie orecchie, come bambini di una classe elementare. Riusciva sempre a rallegrarmi quando ero infelice: sapeva anche ridere, e aveva il sorriso dei principi. In quegli attimi mi chiedevo come qualcuno potesse odiarlo, come qualcuno potesse averlo anche tradito, eppure lui mi raccontava di inganni e tradimenti, di persone che lo avevano ferito con consapevolezza. Lui sapeva subire, patire. Diceva che è meglio ricevere un’ingiustizia piuttosto che procurarla agli altri, che essere buoni non significa essere deboli, ma che a essere buoni si finisce per essere soli, e se si è soli si diventa cattivi e ad un certo punto non si ha più voglia di soffrire. Mi raccontava che gli altri non lo riconoscevano più, parlava di forme, di costumi, di apparenze, confidava che solo io non lo giudicassi. Era ossessionato dal giudizio. Lui non giudicava mai, tentava sempre di evitarlo, cercava di non odiare, di ascoltare. Cercava di capire. Gli altri invece no, non lo capivano. Per interagire con il mondo era come se si sforzasse di adottare una superficie di contatto, una sorta di luogo asettico dove potesse mantenere un movimento con gli altri. Diceva di essere cambiato, che la sua forma era cambiata, che tutti lo ricordavano così, in un modo, e invece ora era diverso, fisicamente e non solo, che odiava l’idea che la bellezza fosse l’unico parametro della vita, che la bellezza vera non ha il colore del sangue, che non si trova negli essere umani. A parte te, mi diceva, e aggiungeva che nemmeno io dovevo essere umana. Diceva che gli altri sfogavano contro di lui il rancore che avevano provato verso il suo essere intelligente, carino, simpatico, di buona famiglia, ora che era debole e forse meno bello, meno atletico, meno ricco, meno di successo. Ma che colpa ne aveva lui, quale colpa aveva avuto? E diceva che erano crudeli, gli uomini. Parlava davvero come se non fosse uno di loro, come se fosse una creatura catturata e portata in questo mondo di paura, rancore e sangue. E mi chiedevo se anche io non fossi diventata davvero come lui: creatura diversa dagli esseri umani. “Je t’ai faite à la taille de ma solitude”, mi disse una notte, e fu una delle notti in cui non facevamo l’amore.

Racconto di Andrea Migliorini

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