La rivoluzione all’improvviso.
Erano tutti convinti che sarebbe arrivata dalle piazze, dalle fabbriche e dalle università, e invece arrivò dallo spazio e scoppiò sui grandi schermi di tutto il mondo. Aveva un titolo futuribile: 2001 Odissea nello spazio, ed era stato diretto da Stanley Kubrick (che lo aveva tratto dal romanzo The sentinel dello scrittore inglese Arthur C. Clarke).
Uscì nelle sale nel fatidico 1968.

Questo incipit me lo ha suggerito un vecchio critico cinematografico, che all’epoca aveva una ventina d’anni. Mi ha spiegato che in quel periodo tutti i giovani aspettavano la rivoluzione politica e culturale, e quindi anche cinematografica: si auspicava l’arrivo di un cinema moderno e al passo con i tempi, mentre nelle sale imperversavano ancora i film di James Bond. Poi, un giorno, all’improvviso, ecco arrivare il capolavoro di Kubrick, che sembrò a molti la raffinata realizzazione di uno slogan allora molto in voga: l’immaginazione al potere.

Un film che parlava dei massimi sistemi, ambientato nel futuro, con un computer e un misterioso monolite come protagonisti. Gli sfondi erano degni di un quadro metafisico, mentre l’accoppiata tra musica e immagini non era mai stata così affascinante e, allo stesso tempo, ironica ed inquietante; aggettivo più che mai adatto al monolite nero, un parallelepipedo perfetto, che è il perno intorno a cui gira tutto il film.
Quell’oggetto lucido e metallico che vibra e fa scoccare nella scimmia che lo tocca la scintilla dell’intelligenza, suscitò infinite discussioni, alle quali Kubrick (che dapprima aveva pensato di mettere in scena gli alieni al suo posto) si sottrasse lasciando campo libero a tutte le ipotesi.

Come scrisse Giovanni Grazzini sul Corriere della sera, quel monolite avrebbe potuto essere la radice dell’Essere, Dio, il numero, la Coscienza, la Tavola della Legge, il Primo Mattone dell’universo e chissà cos’altro. Altrettanto animata fu la discussione sull’altro protagonista, non meno inquietante, del film: Hal 9000, il potente computer che controlla la Discovery, ovvero l’astronave diretta verso Giove da dove proviene il misterioso segnale che arriva al monolite scoperto sulla luna. Hal è una macchina fatta di cavi e microchip, ma ha sentimenti e comportamenti del tutto umani: è infatti terribilmente permaloso e vendicativo. Avendo saputo che gli astronauti pensano che abbia commesso un errore, prepara la propria vendetta ed uccide i tre astronauti che erano stati ibernati per poter sopportare al meglio il lungo viaggio; si accanisce quindi contro gli altri due e cerca di abbandonarli tra le galassie. Alla fine, solo uno riuscirà a sopravvivere.
Molti critici identificarono in Hal la natura malvagia ed egoista dell’uomo che lo porta, come sempre nei film di Kubrick, all’autodistruzione, altri sottolinearono il difficile rapporto tra l’uomo e la sua tecnologia; altri ancora arrivarono persino a trovare in Hal l’essenza del capitalismo violento e prevaricatore che voleva dominare il mondo a tutti costi.
Ma quasi tutti, sostiene il mio critico, trascurarono l’ultima parte del film, dove la Discovery si perde nello spazio oltre l’orbita di Giove: in quelle sequenze, ricche di effetti speciali, che sono passate alla storia, non ci sarebbe solo il destino dell’uomo perseguitato dalla sua natura violenta, ma anche una profezia. Quella secondo cui, se anche la rivoluzione del ’68 fosse riuscita ad abbattere il sistema, come l’astronauta riesce a disattivare Hal, ne sarebbe comunque seguito un capitolo inedito della storia dell’umanità, un nuovo inizio denso di incognite come il volo della Discovery nello spazio infinito.
L’astronauta, infatti, uomo del Novecento, una volta risucchiato nella quarta dimensione muore in una casa terrestre, in una camera arredata con mobili in stile Luigi XVI, simbolo dell’ancien régime abbattuto dalla rivoluzione francese; in seguito, dopo aver circumnavigato lo spazio e il tempo, rinasce per diventare un giorno l’uomo nuovo che dovrà affrontare le difficoltà del terzo millennio.
In un mondo che Kubrick immaginò coloratissimo, ma primordiale e desolato, come questo scorcio del ventunesimo secolo che stiamo vivendo, pieno di luci e di colori, ma anche vuoto di idee, ideali e passioni.
Ed è forse è per questo che il piccolo feto, l’astronauta rinato, guarda lo spettatore con gli occhi spalancati e un’espressione attonita e spaventata. Quel piccolo essere umano, se fosse veramente nato, oggi avrebbe diciassette anni e sarebbe uno dei cosiddetti millennials, i tanti ragazzi che stanno faticosamente cercando il loro posto nel mondo, mentre il film compie cinquanta anni e conserva un posto d’onore nella storia del cinema.

 

Articolo di Bruno Savi

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