Gioco, sogno e brutale realtà: lo spettacolo su Alan Kurdi di Giuliano Scarpinato

Tutti voi si ricorderanno della foto di Alan Kurdi.

Tre anni, scappato insieme al padre dalla Siria, mai giunto a destinazione.
La foto del suo corpo senza vita sulla costa di Bodrum ha fatto il giro del web, scatenando indignazione e forti emozioni.

Giuliano Scarpinato parla di questa storia. Piccola, la storia di un padre e di un figlio, nel suo spettacolo Alan e il mare che ha portato in scena al Circolo Everest di Vimodrone, gestito da Cooperativa Sociale Industria Scenica. Uno spettacolo in cui il corpo e il sogno fanno da protagonisti, due strumenti potentissimi, che tutti riconoscono. Alan e il mare non è didascalico e attraverso un delicato sottotesto riesce a comunicare la brutalità della guerra e l’inefficienza delle strutture di accoglienza, senza far parlare mai i suoi personaggi di questi argomenti. Lo spettatore capisce con lucidità quello che accade in scena nonostante il linguaggio utilizzato sia onirico e giocoso.

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Foto di Alessia Musillo.

Alan e il mare è una storia universale che utilizza un linguaggio universale, comprensibile a tutte le fasce di età. Narra di migrazione, di guerra, dell’amore incondizionato del padre per un figlio. Sentendo questo amore, che è vero a tutti gli effetti, lo spettatore riesce a capire la necessità e l’urgenza della partenza, rispondendo così a qualsiasi potenziale domanda sul perché un padre faccia affrontare un viaggio del genere al proprio figlio piccolo.

Nonostante il tema sia dei più duri e dei più attuali, il regista è riuscito a ricostruire una storia raccontandola in modo leggero. Nella prima parte dello spettacolo, infatti, viviamo il viaggio (o meglio la fuga) attraverso il modo in cui il padre lo disegna al figlio: sembra un gioco, un’avventura, una “gita al mare”. Man mano l’angoscia cresce, tutti sanno cosa sta per accadere, eppure in quel momento la vita sembra un gioco. A tratti lo spettacolo prende le sembianze di un videogioco altre volte diventa una fiaba. Momenti ilari e poetici si intervallano facendo sorridere lo spettatore ma creando in lui un’attesa lancinante.

Tutti sanno che accadrà qualcosa di irrimediabile e doloroso.

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Foto di Alessia Musillo.

 

Nella seconda parte dello spettacolo c’è il padre, Abdullah, incredulo per quanto accaduto: gli è scappato mentre lo stringeva a sé. Gli è rimasta fra le mani solo la giacca di Alan.

L’uomo è sull’orlo della follia. Non ha più nessuno. Più nessuno da proteggere e nessuno a cui rendere la realtà più dolce. Come un macigno la vita cade su di lui. Lo spettacolo si fa frenetico e onirico, i due stili si alternano, momenti di gioia e illusione alternati ad attimi di puro automatismo.

La scena si divide e si trasforma in due mondi vicini e separati da un vetro: il mondo di Alan che vive nel mare e il mondo del padre nei centri di accoglienza. I due sono in contatto e di notte si incontrano nei sogni del padre. In quei momenti, struggenti per il pubblico, si può sognare. I due possono finalmente vedersi, ballare insieme, il padre può riprendere in braccio suo figlio, continuare a dargli le sue lezioni di vita. Continuare ad essere padre.

La musica durante il sogno diventa allegra, la scena si scalda. Ma Alan non può rimanere e viene risucchiato dal suo mondo lasciando il padre nei centri di accoglienza.

Non è ancora tempo per Abdullah di terminare il viaggio.

 

 


testo e regia Giuliano Scarpinato
assistente alla drammaturgia Gioia Salvatori
con Federico Brugnone e Michele Degirolamo
in video Elena Aimone
scene Diana Ciufo
videoproiezioni Daniele Salaris
luci Danilo Facco
movimenti scenici Gaia Clotilde Chernetich
costumi Giuliano Scarpinato
progetto grafico Rooy Charlie Lana
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Valeria Pagani

Quella che fa cose. Nata a Milano nel 1995, vive e lavora tra le Colonne di San Lorenzo e Festa del Perdono. Ama il teatro e avere sotto controllo tutto (non sempre ci riesce).

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