Diventare uomini nella Ciambra

Crescere in un secondo.

La vita di Pio, quattordicenne membro di una comunità di zingari di Gioia Tauro, cambia radicalmente nel momento dell’arresto del padre e del fratello maggiore, a causa del quale si ritrova a doversi occupare della propria famiglia.

A Ciambra, ora disponibile su Netflix, viene presentato nella Quinzaine des Réalisateurs al Festival di Cannes 2017, dove vince il premio Europa Cinema Label, e può vantare tra i suoi produttori anche Martin Scorsese, conquistato dalla delicatezza e l’intimità della storia.

Ottime credenziali, quindi, per questo distorto racconto di formazione che porta la firma di Jonas Carpignano, giovane italo-americano recentemente premiato con il David di Donatello per la regia, e che accompagna lo spettatore all’interno di una realtà paradossalmente radicata e misteriosa allo stesso tempo.

La macchina da presa del regista segue le peripezie di Pio come fosse la sua ombra, calcando sempre la linea fra un approccio documentaristico e uno fittizio, scelta resa palese già a partire dalla decisione di far “recitare” tutti i membri della famiglia Amato senza cambiargli nomi o ruoli.

Il pubblico si trova quindi ad assistere a un momento sospeso fra l’infanzia e l’età adulta in cui ogni scelta, ogni nuovo sistema per guadagnare soldi, ogni rischio trasformano inevitabilmente l’adolescente Pio, già precoce in modo atipico, nell’uomo che era comunque destinato a essere.

Il lato più interessante dell’opera, infatti, è la messa in scena di una realtà incredibilmente sconosciuta e delle sue tradizioni, ormai tramandate rigorosamente di generazione in generazione: nessuno dei personaggi ha mai davvero una possibilità di scegliere liberamente, muovendosi, invece, come una pedina, secondo un percorse predeterminato.

I pochi attimi di “sgarro” che ci vengono mostrati sembrano boccate di aria fresca, rubate prima di tornare alle catene imposte dalla comunità.

Così, gli spettatori si immergono in una realtà totalizzante e assurdamente straniera (resa tale dall’uso del dialetto, lingua principale del film) ed entrano in contatto con un modo di vivere con cui non è facile fare i conti o scendere a patti: per due ore il pubblico vive questa ripetitività e questa impossibilità di scappare, i tratti più tipici delle giornate a Gioia Tauro.

E dopo due ore, nel momento in cui realizza definitivamente la mancanza di vie d’uscita, al pubblico si spezza il cuore.

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Francesca Sala

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