Stavo seduta al tavolo, l’altra sera, quando un paio di occhi mi sono comparsi sull’avambraccio che stava piegato di fronte a me. Erano i miei, di bambina, e mi guardavano sbattendo le ciglia con un’espressione un po’ curiosa un po’ innocente, come da tempo non la vedevo riflessa nello specchio. Poi si sono spostati scivolando sulla pelle fino ad annidarsi nella piega del gomito, e da lì mi fissano come se non mi riconoscessero del tutto. Li osservo e mi chiedo cosa avrebbe pensato la me bambina di ciò che sono ora, quel miscuglio di adulto ed essere in fieri che ancora cambia, si plasma, impara; più duro di ciò che ero, ancora flessibile abbastanza da poter cambiare del tutto.

Ho come la sensazione che le sarei piaciuta: ho imparato, finalmente, a interagire con i bimbi, e penso ci saremmo divertite insieme. Forse avrei potuto darle qualche consiglio prezioso, e la sua vita sarebbe stata un pochino più semplice, ma tant’è. Indietro non si torna. Però, a ben guardare, c’è una luce che avevo dimenticato di aver posseduto, una leggerezza e una giocosità che non mi capita più spesso di provare. Guardo quegli occhi con affetto mentre mi scivolano sempre più su lungo il braccio per sistemarsi comodamente sul mio petto, giusto sopra il cuore.

Sorridendo osservo il tavolo di legno nero della cucina, l’ambiente caldo e così diverso dai ricordi della mia infanzia, consunto e cresciuto con me e la mia famiglia negli anni di utilizzo e vita condivisa. Noto che la mia casa è cambiata con me e io con lei, e chissà quante volte ancora la vedrò mutare. È un pensiero un po’ rassicurante, un po’ stancante, proprio come la vita. Ora sulla scapola destra sento un nuovo paio di occhi che compare: migrano pigri lungo la spalla e la clavicola, e vengono a salutare fin sul polso.

Sono sempre i miei, marroni, con un forma lievemente più allungata e un’espressione completamente diversa. Li riconosco al volo, gli occhi di chi sta cambiando vertiginosamente e non sa bene del tutto che pesci pigliare, intrappolato in un corpo giovanissimo e nel desiderio di essere già grande. Che fatica, mamma mia. C’è il movimento delle ciglia sul mio polso che è quello tipico degli adolescenti alle prese con il mondo. Mi fa tenerezza, e anche orgoglio il vederlo: solo ora so riconoscerlo per ciò che è, negli occhi che mi osservano e nei ragazzi che incontro per strada, sul tram, all’ingresso delle scuole.

È il  moto tipico di chi vuole apparire forte, consapevole e affascinante perché ne ha bisogno, perché già si sente grande, lo è, capisce come funziona la vita, quali sono i giochi. E c’è il desiderio di far vedere a tutti, coetanei e adulti che si è all’altezza. Ma c’è anche l’insicurezza, la mancanza di esperienza, l’invidia verso chi possiede qualcosa che noi non abbiamo, ma vorremmo. E allora si va in giro a testa altra e occhi fieri e ci si sente davvero impegnati.

Mi si gonfia il cuore di orgoglio ad osservare questi miei occhi un po’ più giovani sotto la luce gialla della mia casa, circondata dalla penombra e dai pensieri: hanno fatto buone scelte. La via non è stata senza ostacoli, le battaglie tante e dolorose, ma nelle pupille più serie si annida ancora la bimba che ero, pronta a saltar fuori di tanto in tanto. Sono stati coerenti, e battaglieri, e pian piano lo sguardo di alterigia e disagio, di timidezza e decisione è sfumato in qualcosa che non so ancora cos’è ma certo è diverso.

Chissà cosa vedrò in futuro nei miei occhi di adesso quando verranno a farmi visita la notte.  Se saranno completamente diversi, se mi riconoscerò ancora. Se guardo di fronte a me attraverso il tavolo, nello sportello un po’ opaco del forno a microonde seduto di fianco alla credenza dei bisnonni, scorgo una sagoma un po’ sfocata. Non riesco a distinguere i miei occhi. Sono ancora marroni, certo, come quelli di mia madre e di mio nonno e la sensibilità è simile a quella di mio padre; la postura è quella di mia nonna e la testardaggine appartiene a me come a tutti (ma proprio tutti) i membri della mia famiglia. Eppure io sono ancora qualcosa di completamente diverso.

Sforzo lo sguardo, ma la luce è troppo fioca e il forno troppo poco lucido. Non penso comunque che sarei in grado di guardarmi allo specchio e capire cosa sono ora; è troppo presto. Ma stanotte ho potuto vedere cosa ero ieri, e sorrido alle due paia di occhi che mi riposano sulla pelle. “Grazie”, dico, e sciacquo il bicchiere prima di spegnere la luce e sprofondare la casa nella notte.

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