Boom!

Non era la prima esplosione di quel pomeriggio, e con tutta probabilità non sarebbe stata l’ultima. Firestorm ansimò forte, respirando il fumo acre. Le fiamme nere di cui era composto danzavano attorno a lui e gli permettevano di confondersi nel fuoco dello scontro. Lanciava palle di fuoco contro gli edifici attorno per distrarre il nemico, mentre pensava ad un modo per fuggire da lì.

“Hai oltrepassato ogni limite” gridò Enne “non ti perdonerò mai per aver colpito degli innocenti”.
“Enne, sei tu che mi hai costretto. Ad ogni maledetta rapina ti presenti col tuo bel costumino argentato. Era chiaro, che prima o poi, uno scontro tra di noi avrebbe causato vittime innocenti. Sei tanto colpevole quanto me”.
“Stai solo farneticando”.
Firestorm lanciò l’ennesima palla di fuoco, verso uno dei palazzi attorno a loro, ma questa volta fu prontamente neutralizzata dai poteri congelanti di Enne.
“Sono superiore a te, arrenditi”, Enne non voleva infierire, Firestorm era ormai allo stremo della forze: lo scontro che era avvenuto tra loro poco prima, nei pressi della Banca Centrale, era stato a senso unico.
“Non posso. Devo avere quei soldi, ad ogni costo”.
“Preferisci davvero i soldi alla vita?” chiese retoricamente Enne.
“Non capisci. A me quei soldi servono per vivere, non ho una famiglia, una ragazza e nemmeno una casa. D’altronde chi potrebbe mai assumere un uomo fatto di fiamme? Non posso toccare nulla senza incenerirlo, la mia presenza in qualunque luogo chiuso va contro ogni legge sulla sicurezza. Ho bisogno di quei soldi, ti prego lasciameli prendere”.

Enne lo guardò dritto in quei due piccoli soli neri che aveva sul viso, ovvero quelli che una volta erano occhi:« mi dispiace, ma non posso farlo”. Firestorm ed Enne allora iniziarono, in contemporanea a caricare due sfere concentrate di fuoco nero e di ghiaccio. Lanciarono le due sfere, l’una contro l’altra. Enne ebbe la meglio. La sfera di Enne non solo aveva neutralizzato “l’inferno cremisi” del nemico, ma si era spinta fino a colpire il criminale, tramortendolo.
Enne aveva sconfitto un altro nemico. La gente iniziò ad uscire dai suoi nascondigli per applaudire e ringraziare l’eroe.

Per quel ragazzo magrolino nei panni di Enne, Noah Axetepolidis, quei ringraziamenti valevano più di tutto l’oro del mondo. Fin da piccolo sognava di diventare un supereroe. Ci pensava giorno e notte, finché una mattina, quando aveva solo dieci anni, si svegliò in una stanza completamente ghiacciata. Era la sua stanza. Si guardò allo specchio: capelli, occhi e sopracciglia erano diventati blu acceso. Immediatamente capì che aveva acquisito dei poteri speciali: la criocinesi per l’esattezza, ovvero la capacità di generare e manipolare il ghiaccio. Fu il giorno più bello della sua vita.

Da qual momento iniziò ad allenarsi duramente, creando un suo primo quartier generale nella cantina di casa sua, e andando a combattere i cattivi con un costume di carnevale da lottatore messicano. Ne era passato di tempo da quando quel giovane ragazzino con un sogno era diventato un eroe a tutti gli effetti, con una tuta argentata ultraresistente rifinita da piccoli fiocchi di neve azzurri lungo tutto il costume. A coprire il volto, invece, Enne aveva mantenuto la maschera da luchador, come monito a non montarsi mai la testa.

“Amore, sono tornato!”

Zoe, una dolce ragazza dai capelli biondi, non appena ebbe sentito, corse verso la porta e gli saltò in braccio, cingendogli dolcemente il collo: “Ciao amore, com’è andato il colloquio?” “Già! Ehm…vedi…io…”
Zoe lasciò subito la presa, estremamente turbata: “tu…?”
“Vedi amore, ero lì in sala di attesa ed ho sentito che Firestorm stava rapinando una banca, sono dovuto scappare via prima che mi facessero il colloquio, scusami”.
Zoe fece un paio di passi indietro, appoggiò le mani sul tavolino accanto a loro ed iniziò a fissare il vuoto.
“Non ho parole. Avevo fatto i salti mortali per farti fare un altro colloquio, dopo che settimana scorsa gli avevi dato buca per fermare Sonny Sand”.
“Hai ragione amore, ma Sand voleva trasformare la città in un deserto, dovevo andare a fermarlo”, provò a discolparsi Noah.
“Noah lo sai, con solo il mio stipendio non ce la facciamo ad andare avanti. Siamo in  ritardo con la bolletta del gas, e io sinceramente non voglio smettere di lavarmi con
l’acqua calda perché Sonny Sand vuole dominare il mondo”. Zoe era su tutte le furie.
“Amore hai ragione, mi troverò un lavoro. Però non è facile, ricordati che devo anche salvare la città e proteggere i più deboli” tentò di spiegare Noah, che non avrebbe rinunciato a fare il supereroe per niente al mondo.

Zoe questo lo sapeva, e sapeva anche che la sua era una giusta causa, quindi non gli avrebbe mai potuto chiedere di scegliere tra lei ed Enne. Anche perché non era così sicura che Noah avrebbe scelto lei.
“Io ti capisco amore. Ma allora, se davvero ci tieni a difendere la città, perché non entri nella polizia? Io sono sicura che un cazzo di uomo ghiaccio lo prenderebbero
all’instante”. Noah fece un passo verso Zoe e con l’indice alzò dolcemente la testa china della ragazza.
“Amore guardami. Se si venisse a scoprire chi si cela dietro ai panni di Enne, te non saresti più al sicuro, i miei nemici verrebbero a farti del male”.

Zoe, che ormai doveva continuare a fare la parte dell’arrabbiata, allontanò scorbuticamente Noah e andò a rovistare nella borsetta che aveva lasciato sul comodino. Tornò dalla camera da letto con un bigliettino in mano.
“Tieni”.
“Anthony Sanders, PTL Company, Consulente” lesse ad alta voce Noah.
“Che ci dovrei fare?” aggiunse.
“Prendi un appuntamento. La PTL Company è una sorta di ufficio di collocamento privato integrato con consulenze finanziarie. Me lo ha consigliato una mia amica, trovano sempre una soluzione”.
“Va bene, dopo chiamo e domani mattina vado”.
“Amore, ti prego. Qualunque cosa succeda domani mattina vai a quell’appuntamento. Abbiamo bisogno di soldi, non voglio vivere in una casa fatta di ghiaccio”.
“Superman ci viveva e mi sembrava pure felice” tentò di sdrammatizzare Noah, mentre con una mano si sistemava il ciuffo azzurro.
“Amore, sono seria. Fallo per me”. I due poi si lasciarono andare ad un lungo ed intenso bacio, estremamente rinfrescante, come amava ripetere Zoe.
La mattina seguente Noah si svegliò di buon’ora, si rasò completamente la barba, mentre provava allo specchio le cose da dire all’incontro e, dopo una bella colazione, andò all’appuntamento.

“Buongiorno, sono Noah Axetepolidis, piacere”.
“Il piacere è mio. Sono Mr.Sanders, risolvo problemi. Prego, si sieda”. L’ufficio del signor  Sanders era ampio, ben illuminato e profumava di casa. Ai lati vi erano due immense librerie, mentre un’imponente scrivania in mogano divideva i due. Noah era seduto in una poltroncina comodissima e non si era mai sentito cosi a suo agio in vita sua.
“Noah, se è d’accordo iniziamo”.
“Certo” ribatté prontamente l’eroe.
“Potrebbe darmi il suo curriculum per favore?”.
“Ehm…mi scusi, ma non ce l’ho” rispose mortificato Noah.
“E’ uguale, non si preoccupi. Mi dica a voce le sue esperienze lavorative e i suoi titoli di studio, il curriculum me lo porterà più avanti. Può capitare a tutti di dimenticarselo” lo tranquillizzò con tono rassicurante il signor Sanders.
“A dire la verità non l’ho dimenticato. E’ solo che non avevo niente da scriverci. Non ho mai lavorato ed ho solo la licenza media”.
“Ma hai 30 anni, che hai fatto fino ad ora ?!” rispose stupito il consulente.
“Ha ragione, mi scusi” rispose con gli occhi lucidi Noah. Quel colloquio lo stava mettendo più in difficoltà dello scontro con Thunder Tom.

“Nono, mi scusi lei. Non dovevo permettermi. Senta, ora vado un secondo a prendermi un caffè alle macchinette, poi torno e vediamo come fare. Lei vuole qualcosa?”.
“No grazie”. Passò una manciata di minuti.
“Eccomi di ritorno” esordì festoso il signor Sanders mentre apriva la porta. Si diresse subito verso la sua poltroncina e bevve un sorso di caffè: “mamma mia come scotta”, disse accennando un sorriso al ragazzo, che in quei 5 minuti era rimasto immobile su quella poltroncina a chiedersi come mai fosse un fallito.
“Noah mi ascolti. Forse ho trovato il lavoro che fa per lei. Che ne direbbe di lavorare in una fabbrica di scarpe? Farebbe 6 mesi da apprendista 12 h al giorno e poi le prometto che le faranno un contratto con uno stipendio fisso, assicurazione e un giorno di ferie. C’è da spaccarsi la schiena, ma almeno avrà delle entrate”. Noah si era fermato ad ascoltare alla parola 12 h, tante, forse troppe per uno come lui. Mezza giornata ogni giorno in cui i criminali avrebbero potuto scorrazzare liberamente in giro per la città. Pochi secondi di silenzio, poi il giovane si alzò:”Grazie mille per l’aiuto. Purtroppo non posso accettare”.
“Come mai?” chiese perplesso il consulente.
“Ho un sogno a cui dovrei rinunciare se accettassi questo lavoro” rispose, e mortificato s’incamminò verso la porta.

“Se posso permettermi, cosa? Purtroppo ho qui sott’occhio la sua situazione economica. Lo stipendio della signorina Muller non vi basterà ancora per molto. Non lo so quale sia questo suo sogno, se essere un musicista, uno scrittore o che ne so io. Ma se davvero è così importante per lei, me ne parli, magari trovo il modo di farla diventare la sua occupazione. Abbia fiducia in me”.

Noah, che aveva già toccato la maniglia per uscire dalla porta, si congelò. Metaforicamente. Aveva sempre creduto nelle persone, per questo faceva quello che faceva, quindi tornò indietro. Una volta arrivato davanti al signor Sanders si rimise a sedere, si avvicinò a lui e gli sussurrò: “Io sono Enne”. Il signor Sanders, che stava bevendo il caffè, lasciò cadere il bicchierino, rimanendo con la bocca spalancata.
“Non l’avrei mai detto che fossi tu. Cioè, era chiaro che il soprannome Enne indicasse il nome o il cognome dell’eroe, ed anche quei capelli azzurri destano più di un sospetto, però wow…”.
“Proteggere la città è il mio obiettivo principale, quindi ho bisogno di un lavoro che non mi intralci in quest’attività” disse sicuro Noah, il quale non credeva ancora a quello che aveva fatto.
“Se davvero ci tieni a difendere la città, perché non entri nella polizia? Io sono sicuro che un cazzo di uomo ghiaccio lo prenderebbero all’instante” affermò entusiasta il consulente.
“Non è la prima persona a farmi quest’osservazione, ma non posso. La mia identità deve rimanere celata. Per evitare ritorsioni”.
“Certo, capisco…”, il signor Sanders iniziò a pensare, concentrando il suo sguardo verso il ragazzo. Poi l’illuminazione.
“Ci sono. Perché non facciamo un crowdfunding online? Ci penso io ad aprirlo. Così tutte le persone della città potranno, in minima parte, renderti il favore per tutto quello che fai per loro. L’offerta minima sarebbe libera, così ognuno potrebbe donare giusto quanto può”.
Noah storse un po’ il naso: “L’idea non è male, ma non sarebbe come vendersi?”.
“Si, ma ci sarebbe qualcosa di male? Fidati di me. Te dalle prossime volte in cui vai a combattere i criminali ti porterai dietro un paio di volantini che ti farò avere io. Una volta sconfitto chi devi sconfiggere li lascerai sul luogo dello scontro. Inoltre, per non pesare troppo sulle tasche dei normali cittadini, ma al tempo stesso permetterti di vivere senza fare salti mortali, potremmo anche trovare uno sponsor. Sono sicuro che le aziende farebbero a cazzotti per avere il proprio logo sulla tua tuta. Fortunatamente non c’è cosa più commerciale dei supereroi. Allora, che ne dici?” propose, in maniera convincente, il signor Sanders.

Le sue parole lasciarono il segno. Il ragazzo capì che quello era l’unico modo per poter
conciliare la sua vita di Enne con quella di Noah. Così, invece di rispondere, abbracciò forte il consulente, ringraziandolo più e più volte. Finalmente poteva fare quello che aveva sempre amato fare, senza la preoccupazione di essere un peso economico per la ragazza che avrebbe voluto sposare.
“Signor Sanders, lei è il mio eroe!”.

 

Racconto di Nicolò Orlandini

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