L’astrofisico passò la sua intera vita ad inseguire con il telescopio quei due strani fasci di luce scoperti per caso quando ancora era uno studente universitario che scriveva la tesi. Una singolarità mai vista prima. Il relatore, per non farsi vedere ignorante sulla questione, ignorò il giovane studente, il quale, invece, non potè a sua volta fare finta di niente. La curiosità era troppa. Quello azzurro lo chiamò Timavo. Quello ocra prese il nome di Reka. L’astrofisico non riuscì mai ad individuarne l’origine; nè dell’uno, nè dell’altro. Passò sette anni a seguire il percorso di Timavo, e dopo quattro perse Reka. Per nove anni si concentrò solo sul fascio di luce ocra e per tre anni non ebbe più notizia di quello azzurro. Ogni suo calcolo, però, non poteva che renderlo sempre più certo che Timavo e Reka erano collegati, anzi, inseparabili. Questo perché non vi erano mai nette deviazioni di percorso. Ogni tanto accadeva che uno dei due fasci di luce si nascondesse, sparisse in chissà quale grotta del sottouniverso e poi riaffiorasse. Mai l’astrofisico trovò una spiegazione a tutto ciò.

Finalmente, quasi alla fine della vita dell’astrofisico, Timavo e Reka decisero di fargli un regalo. Si incrociarono. Per la prima volta in anni e anni di lunghissima ricerca accadde ciò. E per la prima volta un occhio umano vide. Un trionfo di pianeti, galassie, satelliti e universi. Un tripudio di colori, energia, particelle e vita. Il tutto racchiuso nel cerchio del telescopio. L’origine di tutto era lì, nell’oculare dell’astrofisico. Questi si alzò. Strizzò gli occhi stanchi per via di tutti quegli anni a guardare dentro il telescopio e, una volta riaperti, non poté che vedere bianco.

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