Raccontare l’arte: Capolavori dal Philadelphia Museum of Art, “Il paravento moresco” di Matisse

Il compimento dell’anno decimottavo era interpretato dalla signora Annamaria Nicolini, in Resconi, come segno inequivocabile della gioventù conclusa. Stretta nel suo storico scialle blucielonotturno, la signora, torturandosi l’anulare su cui pesava la fede nuziale, rendeva edotto del proprio originale pensiero chiunque incappasse nell’argomento da un anno a questa parte: “Oh’l me fjœ! Il nido ha preso a starti stretto” gargarizzava acutamente, divisa equamente tra rammarico ed esaltazione, stritolando frattanto l’avambraccio del figlio Oliviero, che era l’argomento del discorrere della donna, alto e allampanato accanto all’esile e minuta genitrice, e che annuiva con la medesima convinzione di chi abbia memorizzato un teorema senza averne realmente comprese le implicazioni. La medesima cieca sicurezza era condivisa dal facoltoso marito Giancarlo: affondato nella poltrona d’onore, di velluto rossastro come prescriveva la convenzione, appartenuta al padre e al padre del padre del padre prima di lui, smisuratamente godeva con le dita incrociate (pollice contro pollice all’altezza dello sterno): “Il mio Oliviero diventerà un grand’uomo”.

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Tutte le aspettative riposte nel genio sociale del figlio era necessità che si concretizzassero nell’evento mondano per eccellenza: il Gala d’autunno, allestito nientemeno che dalla sorella di Giancarlo, la Linda. Era una tradizione trasmessa matrilinearmente da otto generazioni di donne Resconi: non c’era da scherzare sull’organizzazione, una questione serissima, della massima delicatezza. Erano d’altra parte tutti ben consci che gli invitati dovessero degnamente rappresentare l’élite più selezionata di Milano, con la missione di promuovere il galateo e il buon gusto in un tempo di profonda mancanza dei suddetti valori.

Il Gala d’autunno si svolgeva, da tradizione inderogabile, l’ultimo sabato d’ottobre nella villa di famiglia: riunito per l’occasione il parentado tutto, raccoglieva poi i più eminenti personaggi della politica e della cultura milanese per un totale di circa centosettantotto invitati. Annoso vanto di casa Resconi era d’aver ospitato nientemeno che il primo Umberto re d’Italia con elegantissima consorte al seguito (come scordare lo squisito portamento della Margherita?): anni dopo, qualche malalingua d’alto bordo aveva addirittura tentato di screditare tale notizia, ma era stata pubblicamente smentita dall’orgoglioso Giancarlo, che, chiusosi per tre uggiose giornate alla Biblioteca Sormani, aveva recuperato, ordinato, chiosato, esibito tutte le d’allora cronache, in effetti numerose, che avessero riportato l’accaduto coi toni entusiastici dello stile giornalistico inizionovecentesco. Si comprende dunque il calibro della reputazione in ballo.

Oliviero era stato preparato tutta la vita a questo momento: il suo debutto in società. L’Annamaria s’era personalmente curata dei maestri di ballo e di conversazione, giacché il rispettoso savoir faire sulla pista e nelle arringhe dialettiche era principio fondante della paideia resconiana: s’era insomma adoperata, con l’autorevole beneplacito del marito, per fare del figlio una macchina da civettìo, un industriale produttore di buone maniere, un inattaccabile retore da salotto.

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Accadde quindi che il dì in questione fosse ingorgato di isterici preparativi e smanie di perfezione: sveglia alle ore sette puntuali per tutti, colazione frugale, toeletta, incursione del sarto per gli ultimi raggiustamenti e rattoppi, ancor più frugale pranzo – una minestra e un tozzo di pane a dir tanto, ché il Giancarlo sennò s’appesantiva -, meritato riposo postprandiale, prove generali. Era questo un momento di singolare fascino e attenzione in casa Resconi: durante il sonnellino dei signori, la Concettina, un’amorevole e grassoccia domestica partenopea, si premurava di lavare, stirare, millimetrare gli abiti da sera, affinché non presentassero pecche di sorta: s’intende, un simile assembramento  di campioni del buon gusto avrebbe giudicato con accigliata severità un’imprecisa stiratura dei pantaloni o un bottone un poco molle o un papillon non precisamente in linea col tono dell’abito.

Alla conclusione di codeste generali, la famiglia tutta si schierò militarmente nel salotto: il padre, al centro, appoggiava con grazia il palmo sulla scapola del figlio, mentre con l’altro cingeva la stretta vita della moglie e click clock si fecero fotoritrarre dalla Concettina, che, per l’emozione, a stento si trattenne dal lagrimar copiosa. Dipoi i signori Resconi si voltarono verso Oliviero, stringendosi l’un l’altro: ammirarono, perfettamente incartate nel completo, le braccia lunghe lunghe e sproporzionate del figlio, il torso stretto e alto, il collo agile, costretto nell’abbottonatura della camicia, le secche gambe a far da impalcatura ai pantaloni e il viso serio e armonioso, coi capelli ben impomatati e acconciati. Videro, insomma, quel “grand’uomo” che il Giancarlo aveva sempre desiderato, un uomo di lusso fatto e finito.

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Nicolas Campagnoli

Quello che scrive (e pensa troppo). Studente di Lettere classiche, appassionato di matematica e di lingue improbabili, insaziabile lettore, amante degli aperitivi e filosofo da bar: chi avrebbe mai pensato che potesse scrivere per una rivista online?

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