La neve si era gelata sui tetti spioventi e lungo le grondaie si erano formati coni di ghiaccio che ai bambini piaceva colpire con i sassi. Il vecchio Klavdyi aveva sparso del sale lungo la strada principale del paese, camminando piano e imprecando con il suo accento di Vjatka, ma qualcuno una bella caduta se l’era fatta comunque. Io all’epoca abitavo poco lontano dalla Chiesa della Resurrezione e pagavo l’affitto per dormire nel sottotetto di una vecchia megera. Un alloggio misero, ma almeno dalla mia finestra avevo una bella vista: la Daugava¹, le due croci russe in oro, quelle in cima alla chiesa, la natura… Scusami se divago, l’età comincia a giocarmi brutti scherzi. Dicevo, era notte fonda e anche lei scivolò sul ghiaccio. Di fronte alla bottega del calzolaio, proprio come il vescovo nel primo pomeriggio. Il ragazzo che era con lei aveva riso forte prima di aiutarla a rimettersi in piedi. Per quello scesi al piano di sotto a dare un’occhiata, facevano un gran baccano quei due. Lei se ne stava lì seduta nella neve, coprendosi il viso con le mani, ridacchiando. Non parlavano russo, ma francese. O forse italiano. Quando lei finalmente era riuscita ad alzarsi lui l’aveva stretta forte a sé, canzonandola un po’ tra un bacio e l’altro. Ci penso spesso, a quei due che si stringono, dondolandosi piano e guardandosi negli occhi. Chi fossero e cosa facessero per le strade deserte e ghiacciate di Vitebsk non lo saprò mai. Per un attimo ho pensato che fossero fantasmi.

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¹ Fiume che attraversa la Russia, la Bielorussia e la Lettonia.

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