I caffè, nelle mattine d’inverno, sono un rifugio del quale non ci rendiamo conto di avere bisogno. Noi passanti ci aggiriamo per le vie brulicanti e grigie, alla ricerca di una libreria aperta o di una panchina qualunque, per poi sentire l’irrefrenabile necessità di entrare in un caffè, sederci e bere qualcosa di caldo, fissare lo sguardo sul sorriso di qualcuno, ascoltare una telefonata senza volerlo, rigenerarci nel calore di un ambiente chiuso. Era il 21 di dicembre, e avevo ordinato un te’ bollente e un’eclaire alla nocciola, una smorfia sul volto e la bocca secca.

Avevo una terribile e viziata urgenza di zuccheri, che di solito mi aiutavano a mandar via il mal di testa battente che non accennava affatto ad arrendersi. Quella notte lei si era nuovamente affacciata al mio tormentato inconscio. Di spalle. Una camicia di seta addosso, di quelle bianco sporco, gelide al tatto. Le scorreva perfettamente sulla schiena, adagiandosi sui fianchi. Non si voltava mai. Testarda. Rimaneva immobile, fissa accanto la finestra, come impassibile, priva d’interesse verso il mondo, verso di me.

Camille, doveva essere lei.

Lei con i suoi occhi freddi, le sue labbra sottili e quelle parole deluse, piene di stanchezza e severità nei miei confronti.

“Me ne vado, Nicolas. È finita.”

Così, senza voltarsi, se n’è andata, via da me, via dalla nostra vita insieme.

Riconoscerei ancora bendato il suo profumo. Due gocce dietro l’orecchio ogni mattina. Adoravo baciarla sul collo prima che uscisse per andare a lavoro. Le piaceva, prima di avere sempre fretta.

Lei diede man forte alla mia teoria sull’incertezza. Da sempre, infatti, ho creduto che nella vita si vive perlopiù d’incertezza, di venti sottili e affilati, come un coltello fatto di ghiaccio. Non c’è giorno in cui un essere umano non si senta in un certo senso colto nelle sue fragilità, dalla tremenda idea di non esistere per davvero interamente, in ogni singolo momento delle giornate che si aprono e si concludono tra tintinnanti tazzine di caffè, sorrisi tirati, risate ardenti e noia.

Una vita che da questa fragilità si sottrae, beh, è una vita indifferente, che rimbalza tra un muro di gomma e uno specchio che riflette solo l’immagine distorta di una qualche sciocca perfezione.

Lei non era la perfezione. Ma non riuscivo ad uscirne. Non riuscivo a dimenticarla.

Sì. Doveva essere lei, immobile dinanzi a quella finestra socchiusa. Si sarebbe mai voltata? Sarei più riuscito a guardarla in volto? Quelle labbra, Camille!

Tormentavo col cucchiaino il mio té e mi perdevo nell’infinito vortice che vi creavo dentro. Sullo sfondo, i brani più famosi di Miles Davis e il vociare dei passanti che discutevano del tempo, delle prossime vacanze, della crisi come dello sport.

Quand’era l’ultima volta che avevo preso in mano una racchetta da tennis? Ah sì: quando Maurice mi aveva annunciato che avrebbe sposato Kate e si sarebbe trasferito a Londra. “Nuova città, nuove abitudini …e poi il matrimonio non deve essere affatto male, sai?!”.

“Immagino di no”, risposi asettico.

Il matrimonio. Decidere di annunciare al mondo che due esseri umani non si sarebbero mai lasciati, che si sarebbero sopportati e supportati per una vita intera, o perlomeno per quel che rimaneva della loro vita. Camille guardava le cucine, i tessuti per un divano perfetto, la carta da parati. Ma non aveva mai fatto accenno a un noi imperituro. Avrei forse dovuto sospettare qualcosa?

Non volevo pensarci al momento.

Ora volevo solo evitare di scottarmi la lingua e di rispondere al telefono che squillava, incessante. Mia madre, preoccupata e ansiosa, voleva sapere se all’annuale cena della Vigilia sarei stato con loro.

“Un caffè… sì, un caffè e… un croissant! Col cioccolato, perché no?!… Oh, mi scusi…nel caffè può aggiungere un po’ di latte?! E due bustine di zucchero! Grazie!”.

All’improvviso era come se le voci degli altri si fossero abbassate per lasciare spazio allo squillare di quel tono di donna. Non riuscivo a vederla in viso ma percepivo il suo sorriso. Era di spalle. Un cappotto color cammello che ne disegnava perfettamente la magra e pulita silouette. I capelli morbidi le scendevano sul collo, fino a metà schiena. Tra il castano e il miele. Magari profumavano di violetta o di lavanda. E un cappello, uno di quei baschi molto francesi, rosso ciliegia. Più vivo del rosso scarlatto, più intenso di un qualsiasi violento fuoco che divampa. La sua borsa di cuoio, dello stesso colore del cappotto, grande. Doveva contenere tutto un mondo femminile: un rossetto per ravvivare le labbra dopo un sorso d’acqua, un pettine, un’agenda, soldi, occhiali, carte varie e ogni tipo di bizzarria personale, futile eppure sempre presente.

Un bambino piangeva, due tavoli più in là. Non accennava a smettere. Il pianto dei bambini, non m’infastidiva né m’innervosiva; semplicemente mi recava noia, così decisi di alzarmi e pagare. La ragazza col basco color ciliegia se n’era andata. Non mi ero accorto di nulla, ma alla fine cosa importava. Avrei potuto immaginare il volto di una qualsiasi sconosciuta, per la strada, come in un centro commerciale.

La notte aveva piovuto copiosamente e se ne sentiva ancora l’odore, attenuato dal vento gelido di dicembre. Parigi è una città piovosa. D’altronde, oltre ad essere universalmente bella, Parigi ha una malinconia tutta sua. Una malinconia che si disegna sui suoi tetti, che grida attraverso i murales dei palazzi alla fermata Nationale, sulla metro 6. Che scorre con la Senna, che si immerge nei passi, tra i bookinistes e le loro riviste vintage. Stringermi nel cappotto e alzarmi il colletto mi venne naturale. Come al solito avevo dimenticato la sciarpa. “Poi non voglio sentirti lamentare per un semplice mal di gola!”, sentenziava Camille. Continuamente, con un fastidioso cipiglio nello sguardo.

Mi mancava?

Nei momenti poco piacevoli della mia vita andavo alla ricerca di emozioni che potessero scuotermi in qualche modo, che fossero la musica di un concerto o un bel film.

Quel giorno scelsi il museo Rodin.

Era la terza volta che andavo; quel palazzo Rococò con quel giardino pieno di fiori, ovunque per chiunque, aveva su di me un effetto sempre rilassante. Mi confortava pensare che anche geni della scultura potessero aver sofferto tanto nella vita per quello che chiamano amore, e da essa avessero tratto l’impeto per creare. Ironia della sorte, questa volta era la Camille Claudel del celebre artista ad aver sofferto le pene dell’abbandono fino a toccare le terribili soglie della pazzia. In ogni presenza femminile scolpita nella pietra mi sembrava di vedere le due Camille fuse insieme, lo sguardo dell’una, la schiena dell’altra. E ritornava alla mente quel sogno, fisso, un chiodo che ora dopo ora s’avvitava andando sempre più in profondità, turbando ogni alba, la lettura e la quiete nella doccia.

Lei, affacciata alla finestra, nuda e con addosso quella camicia di seta, quel collo sottile . La luce inondava la stanza rendendo tutto immobile; sembrava che io soltanto respirassi veramente, in attesa di qualcosa che non sarebbe potuto accadere. Non si sarebbe voltata, non lo avrebbe fatto. Tipico di Camille.

“Rodin aveva delle mani davvero grandi eppure, guardi… la dolcezza di quei lineamenti, la sinuosità della schiena di lei, la rotondità del suo seno, la resa con cui accoglie il suo bacio, tanto carnale quanto incredibilmente angelico. Lui sembra esitare, le sue braccia all’indietro. Può toccarla solo con le labbra, umide e calde, un brivido sulla sua pelle. Sì, insomma: indossano una vera e propria sensualità, non crede?! L’uno chiama l’altro a sé in silenzio. O no?”

Dapprima rimasi sovrappensiero; poi mi guardai intorno e vedendo che oltre me non c’era proprio nessuno, decisi di voltarmi. Non ero il solo visitatore della giornata nonostante le corse ai centri commerciali prenatalizie.

Di nuovo lei.

Riconobbi immediatamente il colore del suo cappello e quel cappotto color cammello. Le vidi il volto. Occhi grandi e scuri, labbra carnose distese in un largo sorriso, vasto e aperto. Era la voce del caffè macchiato e del croissant col cioccolato. Sì.

“Oh mi scusi! Sono stata particolarmente invadente. È che era un pensiero a cui ho dato vita senza rendermene conto. Avrei dovuto scriverlo in un quaderno. Poi ora che ci penso… che imbarazzo! Sensualità, seno….le sembrerò una disinibita turista dell’est, con tutto il rispetto. Spero lei non sia dell’est, o insomma, che non abbia sorelle dell’est. Ottime ragazze! Visi angelici, assolutamente. Ora penserà che ragiono per luoghi comuni. Le francesi anche sono piuttosto disinibite. Abbiamo il Moulin Rouge, santo cielo! A Pigalle comprai un vibratore per una mia amica. Uno scherzo. Non li compro di solito, ecco. Figuriamoci . Sì. Comunque splendida statua.”

Rimasi a guardarla senza dire una parola, gli occhi fissi.

Aveva davvero detto con quella velocità tutte quelle cose stranamente sconnesse da un  qualsiasi filo logico? E come mai non riusciva comunque ad infastidirmi? Di nuovo di spalle, allontanandosi, rivedevo la sua schiena. La immaginavo bianca e liscia come il marmo che avevo davanti. La immaginavo torcersi, stendersi, inarcarsi. La immaginavo sola con i capelli che le scendevano morbidi sulle spalle, altrettanto sottili.

“Lui la desidera così tanto che si trattiene. Si trattiene dal cingerla con le braccia, dal guardarla negli occhi, dal baciarle le labbra. Lui si trattiene e attende, forse, l’istante in cui lei deciderà di ritrarsi e andarsene. Gli rimarrà il sapore della sua pelle e tutto il desiderio di averla davanti ancora una volta. E ancora.”

Dopo alcuni passi si fermò. Si voltò. Tolse il cappotto, il cappello e rimase con la camicia di seta bianco sporco. Sotto intravedevo la curva della sua schiena e nutrii l’irrefrenabile bisogno di sentirla tra le mie mani. I capelli da un lato e il collo libero.

Mi sorrise come se quella fosse la cosa più naturale al mondo.

C’era tutto l’enigma che una donna può esprimere in quel sorriso. Al tempo stesso c’erano coraggio e passione, commiste all’odore di una casa in cui si è cresciuti, della marmellata appena bollita, di un mattino d’estate. Nel cuore di dicembre, lei lì, davanti a me, era un mattino d’estate.

 

Racconto di Ilaria Pampiani

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