In occasione dello spettacolo Mafia Liquida andato in scena allo spazio Everest di Vimodrone, abbiamo avuto l’occasione di scambiare ben più di due chiacchiere con Enzo Bevar, project manager di Cinemovel e produttore esecutivo dello spettacolo. Asserendo che in questo frangente la sintesi non è un dono, abbiamo comunque provato a trattenerci senza dilungarci eccessivamente.

Come siete riusciti ad unire un tema quale la mafia con un gesto artistico come il disegno fatto dal vivo proiettato su scene di film?
La cosa che ci ha molto aiutato nella realizzazione di Mafia Liquida è stata l’avere in parallelo un nostro progetto nelle scuole. C’è poco da dire, i ragazzi sono più bravi di noi a rispondere appunto a questa necessità. Noi abbiamo l’illusione di star vincendo, magari perché leggiamo di arresti. I ragazzi invece su questo si fanno meno fregare dalla comunicazione mediale e si fanno delle domande. Si chiedono come mai se ne arrestano così tanti, se il territorio non ne produca altrettanti. “Come fa la mafia ad assumerne così tanti?”; “Quanto paga?”; “Quanto costa oggi avere un killer di mafia?”; “Costa 300 euro al mese? Perché non glieli diamo noi?”. Si fanno delle domande che nello spettacolo ci  hanno aiutato molto a liberarmi da deformazioni che noi adulti molto spesso abbiamo.

Potremmo dire che la mafia è tanto quotidiana che c’è il rischio di perderla di vista? Soprattutto a seguito della metamorfosi per cui troviamo i mafiosi tra i banchi delle nostre università?
I figli dei mafiosi oggi fanno i master all’università. Anche qui i ragazzi sono molto più pragmatici di noi. Io leggo di studi che affermano che solo la ‘Ndrangheta ogni anno guadagna 70 miliardi di euro e che le mafie italiane tutte assieme sono attorno ai 170 miliardi di euro. È un numero vuoto se non lo paragoniamo a qualcosa. McDonald’s, la multinazionale per eccellenza del food, guadagna tra i 20 e 30 miliardi ogni anno. Significa che l’ Ndrangheta guadagna tra le due-tre volte più di McDonald’s. Il suo jingle e claim (I’m lovin’it) lo conosciamo tutti.

Qual è il jingle e claim dell’Ndrangheta? Ripartiamo da qui. La mafia dà lavoro, probabilmente questo è il claim dell’Ndrangheta. Se chiedi in giro se la mafia uccide donne e bambini, la maggior parte della gente ti dirà di no. Questo è un claim dell’Ndrangheta. Noi abbiamo avuto la fortuna di coinvolgere 700 studenti dell’Emilia Romagna nella produzione di questo spettacolo e ci siamo fatti noi per primi delle domande banali. Quando parli di un fenomeno nuovo, secondo me, devi partire dalle domande banali. La mafia oggi non è cambiata radicalmente rispetto a prima. Ci sono tantissimi elementi che sono esattamente gli stessi di un tempo. Si è trovata semplicemente un sacco di soldi da gestire, e quindi un potere economico, sociale e non ultimo culturale da strutturare, standardizzare e migliorare. Oggi 70 miliardi non li gestisci con la terza elementare: 70 miliardi li gestisci con un master all’università.

Parliamo del titolo Mafia Liquida. La mafia è liquida perché appunto come l’acqua o l’olio e ogni liquido assume la forma del suo contenitore e si spande in ogni direzione. Ma esiste anche il denaro liquido, cioè i contanti. Il sangue è liquido.

Negli anni ’80 si diceva pecunia non olet. Ad un certo punto i soldi della mafia sono arrivati al Nord e hanno anche superato i confini nazionali. Ci sono intercettazioni del giorno dopo la caduta del Muro di Berlino in cui un uomo di Cosa Nostra nella città chiama e chiede “cosa faccio?”, la risposta fu: “compra tutto quello che puoi”.

Il potere economico nella società contemporanea sicuramente vale molto di più della minaccia materiale e violenta. Le mafie hanno capito che sparare è controproducente, ma continuano a farlo. La violenza è uno degli elementi strutturali dell’agire mafioso che non è mai scomparso. La mafia nel suo essere liquida ha anche abbattuto certi suoi dogmi ed è arrivata a fare affari con le massonerie, con i notai, con gli avvocati, tramite quello che è lo schema della Santa, cioè il punto di contatto tra le mafie e le massonerie.

Secondo te, giocando con il titolo dello spettacolo, la lotta alla mafia deve anche lei essere liquida, infilandosi ovunque e diluendo ciò che combatte fino a che non si può pulire con una passata di straccio?

È una domanda che meriterebbe un pensiero comune, cioè riflettere tutti assieme su questa cosa. Personalmente, penso che entrambe le immagini abbiano una funzione. Sicuramente oggi l’antimafia non può essere chiusa nelle sue stanze. Deve essere liquida nella capacità di penetrare, ma solida nella possibilità di costruire un muro, un argine. Per quanto mi riguarda, sicuramente la sfida la vinciamo quando riusciamo a sostituirci alla mafia.

Un tempo si diceva che la forza della mafia era quella di sostituirsi allo Stato. Secondo me siamo arrivati ad un punto tale in cui dobbiamo porci la domanda al contrario. Me l’ha chiesto un ragazzo di terza media: “ma se pagano 300 euro al mese le persone, perché a quelle persone i soldi non glieli diamo noi?”. Oggi loro hanno una solidità di welfare che l’Italia ha perso. O siamo in grado di ricostruire una proposta economica sociale e culturale nei confronti delle persone che sono più esposte al rischio mafioso, oppure perdiamo.

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Un libro o un reportage magari lo legge solo chi ha già interesse o conosce. Il rischio di autoreferenzialità nella lotta è forte? Lo spettacolo non lo è per nulla, attira ed include chi non conosce o ha interesse, e questa è una sua grande forza. Siete, per esempio, riusciti ad andare molte bene in questo senso nelle scuole.
Ma anche nelle piazze. Nella piazza centrale di Casal di Principe avevamo 400 persone quest’estate. Sicuramente quello che facciamo vuole essere un pugno nello stomaco. Perché fa bene prendere dei pugni nello stomaco in alcuni momenti della vita; ti aiuta anzitutto a sentire di avere uno stomaco e sentirti umano in una società che tende a disumanizzarti; dall’altro lato abbiamo avuto la fortuna di avere Ettore Scola come maestro la cifra della cui arte era l’essere popolare. La non-referenzialità sta in questo: se io non ti capisco, di sicuro non verrò dietro al tuo messaggio. Costruire linguaggi popolari che parlano di mafie è una delle sfide centrali della lotta.

La criminalità, tra l’altro, affascina. Quanto può essere dannosa la mitizzazione del male?
Sulla fascinazione del male non possiamo sbagliare. Se ci fermiamo all’idea che il problema possa essere Gomorra abbiamo sbagliato. Gomorra fa vedere il criminale fico, perché oggi il criminale è fico. Oggi è un punto di riferimento culturale forte per i ragazzi. Ha tutto quello che vorrebbe avere un diciottenne: soldi, centralità, fascino, potere. È sempre la stessa sfida: noi siamo in grado di dare quella stessa centralità e quella stessa potenza culturale da un altro lato? Altrimenti il problema non è Gomorra. Mani Sulla Città ricevette le stesse critiche di iper-realismo; alla fine Nottola è un fico, scelsero un attore americano proprio per sottolineare maggiormente questo suo aspetto. Però a cinquant’anni di distanza Mani Sulla Città rimane un film straordinario che apre gli occhi su di una realtà che esisteva. Il problema non è Gomorra, ma la capacità che i ragazzi hanno di interpretare Gomorra.

Se non si investe sull’interpretazione ogni contenuto è pericoloso. Parliamo di Gomorra, ma perché non anche del neo melodico napoletano, ci sono tanti ragazzi che sanno a memoria canzoni in cui il boss deve essere liberato. Oggi è comodo parlare di Gomorra perché crea traffico, ma continuiamo a non voler affrontare il discorso in maniera sana. Il problema non è il prodotto culturale, ma la capacità culturale che abbiamo noi di interpretare un prodotto. Se noi non abbiamo capacità, siamo vittime.

La mafia è così liquida da infiltrarsi nella creazione dei prodotti ed arrivare a falsarne l’interpretazione?
La mafia ha sempre investito nella cultura. Prendendo ad esempio Hollywood, quando le mafie americane hanno iniziato a produrre film è stato il momento in cui hanno iniziato a superare le prime cerchie di affari. Sono pienamente consapevoli che prima di tutto la loro sfida è culturale. Il loro poter esistere deve essere giustificato culturalmente. L’immaginario è che il mafioso è un uomo d’onore e non lo si collega all’uccisione di donne e bambini, ma il mafioso non è mai stato un uomo d’onore.

Il loro marketing ha sempre funzionato. In Calabria negli autogrill trovi ancora cassettine in cui il mafioso è una vittima del sistema. Sono discorsi molto complessi verso cui lo Stato tende sempre a puntare il dito e mai a investire. O superiamo questo livello, investiamo e accettiamo la sfida di essere più efficaci ed efficienti possibile contro le mafie, oppure non saremo mai davvero protagonisti di una reale lotta alle mafie.

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Lo spettacolo è un work in progress. Come si è sviluppata la sua creazione? Avete fatto molto lavoro sul campo?
Siamo partiti da 15 minuti di spettacolo. Una sorta di teaser che ci è servito anche per avvicinarci alla tecnica, perché parliamo anche di un metodo nuovo che abbiamo inventato e anche scoperto, e per questo molte possibilità si sono palesate durante il lavoro. I primi 15 minuti ci servivano per testare la capacità della tecnica di portare il messaggio e anche le modalità di costruzione di questo messaggio. Abbiamo inserito questi 15 minuti nella carovana di Libero Cinema e in ogni piazza in cui andavamo raccoglievamo un entusiasmo che spesso non raccoglievamo con i soli film. Abbiamo capito quindi che bisognava investire tempo ed energia, tenendoci in contatto con il mondo delle scuole, che per noi è importante, per arrivare ad uno spettacolo di una complessità superiore. Quello che vedete ora dura 40 minuti e soprattutto abbraccia più tematiche.

Noi non possiamo prescindere da questo, arriviamo e montiamo uno schermo in piazza. Con questo gesto molte persone vengono e si confrontano con noi e questa è una grande fortuna che abbiamo: siamo sempre in ascolto di storie, dal vecchietto di Casal di principe, al ventenne di Milano. Questo ci ha arricchiti su come come fare per parlare e portare il messaggio ad un pubblico ampio.

Cosa in cui riesce perfettamente nella sua doppia anima. Per metà è didascalico, per metà suscita emozioni. Tra l’altro non è un’emozione decisa a priori da voi come rabbia o ricordo commosso, ma personale per ogni spettatore. Anche perché il disegno non può mai essere sempre uguale.
Assolutamente, lo spettacolo gioca tantissimo su questo. La parte performativa di Vito non è mai uguale. Essendo spesso all’aperto, tra l’altro, gli elementi di scena cambiano anche a seconda della condizione meteorologica. Se fa più caldo il colore si secca, se è più fresco il liquido si espande in maniera diversa. La parte performativa vuole fare questo: lasciare un ampio spazio all’interpretazione.

Capita che dopo Mafia Liquida un ragazzo di sedici anni ci chieda quali fossero i film proiettati e questo per noi è un bel risultato, perché consente al ragazzo di non fidarsi di noi. Noi non chiediamo uno slancio di fiducia. “Fidati questa è la mafia” non credo che funzioni oggi. Proviamo a sviluppare un processo di attivazione. Il vero tema è “Tu sai che cosa è la mafia? Lo vuoi sapere?”. Anche il finale che non c’è vuole essere un piccolo ponte tra quello che le persone hanno visto e quello che vivono. Anche questo è Scola: quando siamo andati nelle scuole ci ha detto di non dire solo ai ragazzi che cosa sia la mafia ma dire a loro “qual è il mafiosetto che c’è in te”. Il finale che non c’è vuole dire: “Quindi io?”

Mafia Liquida dà appunto la sensazione di essere invischiati nel liquido della mafia.

È forse il rischio maggiore dell’antimafia, quello di credere che debba essere delegata a qualcun altro: ai grandi magistrati come Falcone e Borsellino, ai poliziotti, agli avvocati. C’è l’immagine che va delegata a degli eroi. E molto spesso parliamo di eroi morti. E questo è pericolosissimo, perché non arresteremo mai tutti i mafiosi.

La capacità delle mafie di rigenerarsi è infinitamente superiore alla nostra capacità di arrestarne i membri. Dobbiamo accettarlo. L’humus nel quale crescono e si diffondo le mafie siamo noi. Dobbiamo lavorare su noi stessi. Per vincere le mafie ci servono giornalisti, impiegati, insegnati, infermieri: persone normali, persone comuni. La capacità mafiosa  è quella di adattarsi ai contesti straordinari, altrimenti non sarebbero arrivati a questi livelli di performance economica, e tutto questo grazie a noi. Guardiamo ad un bene confiscato: prima di essere confiscato quel bene è stato acquistato e ci sono stati in mezzo un notaio, un agente immobiliare, uno o due direttori di banca che hanno dato il mutuo. Tutta una serie di persone normali che bene o male sapevano con chi stavano lavorando. Fermare le mafie è semplice, basta fare bene il proprio lavoro. Se sei un direttore di banca non dai un mutuo ad un prestanome evidente di Riina; se sei un agente immobiliare denunci il sospetto che hai.

È il pecunia non olet di prima: i soldi fanno gola molto di più dell’etica e della volontà di costruire una società sana.

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Abbiamo detto che i colletti bianchi mafiosi si formano sui banchi universitari. Come sono messe le università italiane per quanto riguarda la lotta alla mafia?
Fortunatamente c’è tanto oggi. Ci sono tanti presidi universitari di Libera e di altre associazioni che hanno piena consapevolezza del problema. Dall’altro lato l’università è un ambiente formativo, se forma bene un mafioso sicuramente non è colpa dell’università. La sua responsabilità è formare bene uno studente, poi come agirà fa parte anche della responsabilità sociale e civile.

Sicuramente quello che fa male in un sistema come quello italiano è l’ampio livello di corruzione nel mondo universitario. Mafia e corruzione vanno a braccetto. Non esiste l’una senza l’altra. Sicuramente l’autocritica più grande che deve fare il mondo dell’università è quello di aver incamerato un mondo culturale che non è quello del sapere, ma è quello dell’accettare il compromesso. Da qui si può ripartire per riformare e migliorare il sistema universitario.

Allarghiamo le maglie. Parlaci di come è nata e cosa è la vostra idea di “portare il cinema dove non c’è il cinema”
Tutto nasce da un esperimento fatto nel 2001 dai due fondatori di Cinemovel che sono Nello Ferrieri ed Elisabetta Antonioni, insieme a tanti altri collaboratori e un gruppo di mozambicani. Quell’esperimento è stato straordinario perché dove passava il cinema e il gruppo di mozambicani parlava di prevenzione sul tema dell’AIDS, all’arrivo successivo delle Nzioni Unite si riscontrava che circa il 70% della comunità sapeva come si trasmetteva l’AIDS, informazioneche prima ignoravano.

Da lì ci siamo resi conto di come le immagini abbiano una capacità straordinaria di veicolare messaggi e raggiungere un ampio pubblico. Quindi abbiamo iniziato a sperimentare un modello un po’ particolare che si basa sul non aprire sedi all’estero. Quindi Cinemovel non ha sedi nel continente africano, ma cerca di formare delle comunità locali di modo che siano completamente autonome nel produrre contenuti audiovisivi e soprattutto nel proiettarli. Tantissimi paesi africani non hanno luoghi in cui vedere immagini in movimento. Da quello che doveva essere un esperimento è nata un’associazione, che poi è diventata una fondazione.

Tendenzialmente il modello si basa sul capire e assecondare le esigenze dei territori. Spesso sono le singole comunità che ci contattano per un’esigenza specifica, e quindi creiamo insieme a loro un progetto culturale. Non siamo mai noi da soli a dire facciamo questo o quello, anche perché sarebbe colonialismo culturale puro, quello di imporre un tema o un’idea. Facendo così, abbiamo visto che anche in comunità dove non c’è elettricità o non c’è reddito pro capite particolare, ci sono ragazzi che possono usare il cinema itinerante con semplicità. Le tecnologie da questo punto di vista hanno aiutato tantissimo ed è sempre più facile andare in questa direzione.

Questa idea di creare una comunità quanto è importante per risolvere il problema dell’interpretazione, di cui parlavamo prima, dei contenuti audio-visivi?
Tantissimo. Secondo me la commedia da questo punto di vista è molto emblematica. Se qualcuno in prima fila ride, gli altri si chiederanno “cosa l’ha fatto ridere?” Si esce dalla propria interpretazione per confrontarsi con l’interpretazione degli altri. La comunità costruisce un immaginario collettivo; crea un’identità plurale, non singolare. Poi magari io non riderò alla prossima battuta perché lo hai fatto tu. Però sicuramente mi porrò il problema delle diverse chiavi di interpretazione. Questo, solo il Cinema riesce a farlo. La televisione non l’ha mai fatto dal mio punto di vista.

È anche un modo di essere posizionati, la televisione è davanti a noi e noi siamo schiacciati dalle immagini che arrivano senza poter reagire. Nel cinema noi siamo in mezzo tra il proiettore e lo schermo. Siamo in mezzo tra l’immagine che sta per nascere e l’immagine che muore sullo schermo. Siamo assolutamente presenti. Siamo portati a vivere il contenuto come qualcosa di energico, di potente. La televisione invece tutto questo tende ad abbassarlo, come anche lo smartphone. Lo vediamo tutti sugli autobus, sul treno, il silenzio che regna sovrano.

È per questo che Mafia Liquida comunque non si spiega da solo, lasciando molto spazio a come lo vive lo spettatore?

È proprio questo lo scopo del cinema: quello di attivare l’individuo attorno ad un tema, un concetto o un’emozione. Attivare appunto, non omologare, non stoppare, non uniformare.

Condividerò con te un aneddoto: è stato sempre Scola a raccontarci come ci sia una foto del giorno prima che fosse lanciato il New Deal (un giorno convulso, senza dubbio) in cui, fuori dall’ufficio di Roosevelt vi erano tutti gli economisti, tra cui anche Keynes, i quali aspettavano di parlarle con il presidente, perché dentro alla stanza c’erano i registi. Prima di tutto bisognava far ripartire l’immaginario degli individui, poi solo in seguito l’economia avrebbe avuto un campo in cui agire.

Forse noi oggi siamo davanti a questa tipologia di sfida. Abbiamo forse sbagliato a fare la riunione con solo gli economisti dentro e gli intellettuali e le persone di cultura fuori che aspettano anche da troppo tempo, sperando che arrivi la ricetta giusta? Ecco, la ricetta giusta, se non partecipiamo a crearla, non arriverà mai. La cultura ha questo di straordinario: ci aiuta a decidere da che parte stare, ci aiuta a decidere che ruolo avere nella società. Questa inversione fa parte della grande sfida che tutti noi dobbiamo affrontare, senza retorica, con assoluto realismo, altrimenti restiamo fuori dalla porta, con qualcun altro che prende delle decisioni che non stanno funzionando.

Mafia Liquida Credits:
Da un’idea di Nello Ferrieri, un’opera collettiva con Vito Baroncini alla lavagna luminosa.
Soggetto: Elisabetta Antognoni, Vito Baroncini, Andrea Basti, Enzo Bevar, Nello Ferrieri
Regia: Vito Baroncini, Andrea Basti, Nello Ferrieri
Lavagna luminosa: Vito Baroncini
Montaggio e musiche: Andrea Basti
Produzione esecutiva: Enzo Bevar, Nello Ferrieri
Durata: 38 min. Produzione Cinemovel Foundation, 2014

 

 

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