Càpita, quando ci si imbatte in un libro bellissimo di un autore che non conosciamo, di non avere il coraggio di leggerne un secondo, per paura che il nostro entusiasmo possa scemare, per paura di relegare quello scrittore nel cantuccio di quelli che “buona (solo) la prima”.

Avevo adorato un libro di Sorj Chalandon, ovvero Chiederò perdono ai sogni, quindi ho lasciato che La quarta parete mi osservasse dallo scaffale per un bel po’.

Innanzitutto.

Che cos’è la quarta parete?

Chi bazzica un po’ in teatro sa che con questa definizione s’intende la parete invisibile che separa gli attori sul palcoscenico dal pubblico, e che consente a quest’ultimo di “sbirciare” ciò che succede nella fetta di mondo rappresentata in scena.

Nella vita, però, tutti abbiamo una quarta parete, un limite invalicabile e invisibile che ci trattiene dall’andare oltre e dal vedere che cosa succede dopo, al di là della linea, al di là del muro.

Questa è una storia incredibile: teatro, guerra, vita si intrecciano sulla carta e nello stomaco del lettore.

Georges è un parigino figlio del Maggio Francese che vorrebbe combattere in nome di grandissimi ideali, ma che finora ha solo bastonato qualche “ratto nero” (com’erano chiamati i fascisti quarant’anni fa: siamo negli anni ’70) durante gli scontri cittadini, fuori dalle università. Accanto a lui Sam Akunis, greco di Salonicco, ebreo, oppositore dei colonnelli e per questo scappato dopo prigionia e tortura subiti nel proprio Paese.

Attenzione. La quarta parete non è un libro di guerra.

È un libro di pace.

Perché?

Perché Sam è un regista di teatro e ha un grande sogno: realizzare l’Antigone di Anouilh. Ma Sam si ammala.

La palla passa a Georges.

Tutto bene.

Sì, tranne che per un piccolo particolare.

Siamo negli anni Ottanta ormai e l’Antigone di Anouilh che Sam stava allestendo prima di ammalarsi verrà portata a termine. Ma non a Parigi.

A Beirut.

Peccato che a Beirut infuri una delle peggiori guerre civili della storia, quella che ha dilaniato il Libano per anni. E non solo. C’è un altro problema.

Il cast.

Sciiti, sunniti, ebrei, maroniti, drusi, tutti in triste lotta tra loro.

Ma il teatro può tutto. L’uomo può tutto, se lo vuole.

Può patteggiare una tregua, per due ore o forse per sempre, può far cantare ad Antigone i dolori della Palestina oppressa, ma soprattutto può ridisegnare la tua quarta parete interiore e riscrivere la storia.

Sul serio. Daccapo.

Il mio entusiasmo per questo capolavoro non riesce a trasparire nelle pagine di questa rivista. Leggetelo, è un testo rivoluzionario, un elogio al potere della parola e della pace.

Piangerete, ve lo dico già.

Ma ne sarà valsa la pena.

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