Allontani gli occhiali dalle tempie pulsanti, dalle pupille serrate con cui osservi il volto che hai di fronte. Allontani il tuo corpo dai capelli ramati, dal mento a punta, dal naso alla francese, dalle labbra assenti che t’impediscono di respirare normalmente, di pronunciare la parola che quel viso richiama. Una parola che hai detto tante altre volte, ma che non hai più associato alla persona che hai davanti ora. Ti avvicini cauto alla scrivania, ti rifugi fra le cartelle cliniche, le ricette, lo sfigmomanometro, il manuale di immunologia, anatomia femminile, le tube di Falloppio, sacco vitellino, ventilazione polmonare e frequenza cardiaca, proprio quella che ti sembra rallentare, proprio quella che ti trovi a dover accertare. Afferri un panno scuro e pulisci gli occhiali firmati, forse si sono appannati e offrono un inganno alle tue palpebre stanche. La nona visita in un giorno, come nove sono gli anni che sono passati dall’ultima volta che hai visto quei capelli ramati, quel mento a punta, quel naso alla francese e quei denti asimmetrici che nascondono pudichi la lingua che un tempo pronunciava la parola che il suo viso richiama. Il tuo nome.

Cerchi di darti un contegno, sistemi le pieghe del camice bianco. Soffi via il suo saluto cordiale, la sua presentazione futile, la sua aria spaurita di donna al quarto mese di gravidanza. La preghi di sdraiarsi sul lettino. La vedi annuire, alzarsi goffamente. Se si trattasse di un’altra paziente la aiuteresti, riterresti che quel mancato equilibrio, quella postura distratta e quelle gambe aggrovigliate siano causati dal peso di un coinquilino sotto alla propria pelle per la prima volta, ma conosci quel lembo di coperta sgualcita che la mano venosa sta tirando, quella spina dorsale adagiata sul cuscino bianco, sai che la goffaggine è insita nella natura di quel corpo, al punto tale che un tempo ti era capitato, te lo eri chiesto, se fosse innata tanta sbadataggine. Prendi l’ecografo che hai alla sua sinistra, lo accendi meccanicamente, afferri il contenitore del gel e controlli che ce ne sia ancora, mentre metodico le chiedi se è rimasta a digiuno, se ha avuto dolori e dove, chi sia il suo medico curante, se può alzare la maglietta. Lei ti segue ubbidiente, con la punta delle dita solleva il maglione nero, il suo ombelico gonfio ti saluta gioviale come fossi un vecchio amico, in effetti non ha tutti i torti. Lasci cadere il gel umido sul suo ventre, ti scusi per la sensazione di freddo, non ti scusi per aver pensato alla sua pelle d’oca coperta di salsedine, sdraiata supina su un telo mare a bordo piscina, tremando e stringendo un corpo che forse era il tuo.

Prendi i guanti e li infili rapido, spalmi cauto il gel sul ventre curvo. Ti scusi per la rugosità della plastica che un po’ ti ricorda Lei nuotare come una ranocchia nella piscina comunale, non ti scusi per aver pensato di infrangere le procedure, di mandare al diavolo la deontologia e di affondare nel gel le tue mani, le tue narici, la tua testa che non è tanto più grande del cosmo al centro del suo corpo, di quel pianeta che ha preso il tuo posto nella sua esistenza. Ti aveva chiesto di sparire dalla sua vita, eppure ti ha di nuovo
incluso in una veste affine. Il monitor lampeggia verdognolo, interrompendo il fluire del liquido nella tua mente, le onde elettromagnetiche zigzagano per qualche secondo e ti presentano una bevanda scura in cui galleggia, con eleganza inaspettata, una piccola zolletta di zucchero. Eccola lì, non più ampia di quella che avevi fatto cadere nel suo caffè l’ultima volta che vi siete visti, in un bar in mezzo al nulla, non più breve del discorso che le hai fatto per spiegarle che non era stata niente di più che un’amante proficua, un passatempo futile fra amicizie e carriera, non più stretta dello spazio fra le sue spalle ferite di fronte alle tue affermazioni: le hai intraviste mentre ti voltavi e sparivi.

Toc toc, senti qualcuno spingere la porta. Assumi un’espressione altera e stai per cacciare quella che credi essere la capo reparto, ma Lei ti arresta le sillabe nella gola, come sempre ha fatto, con tutti quegli interrogativi su se stessa e sul futuro che un tempo ti era capitato, te lo eri chiesto, se fossero rivolti a lei o a te. Alzi gli occhiali firmati verso la mascella forte dell’uomo appena entrato, la sua barba scura che contrasta col tuo viso imberbe, i capelli neri imbevuti nel gel che a te è proibito accarezzare, gli occhi azzurri che si riscaldano vedendola. Lo osservi baciarle il confine della fronte, lo senti salutarti con rispetto, scusarsi per il ritardo. Percepisci il suo tono preoccupato nel chiederti se è tutto nella norma, se sua moglie sta bene, se il suo bambino starà bene. Ti storpia la bocca quel suo procedere rapido lungo la s sibilante per rallentare girando intorno alla u a formare la o, anche le tue corde vocali avrebbero potuto produrre lo stesso suono.

Ti riscuoti dalle riflessioni inopportune e rincuori quel futuro papà. Cerchi di concentrarti sul monitor, sul lavoro che stai compiendo, sul tuo essere un medico, un affermato membro della società, un essere utile alla collettività, uno scienziato, un uomo ancora affascinante, a cui pendolari figure femminili fanno ancora visita. Cerchi di concentrarti, convincerti che tutto questo ti basti, ti appaghi, ti faccia riposare tranquillo nelle notti in cui sei solo e non ti faccia chiedere perché non sei capace di legarti a qualcuno con stabilità, perché non riesci a vincere i tuoi pregiudizi nei confronti dell’altro sesso. Conosci il suo corpo e lo ignori allo stesso tempo, perché non sei stato capace di rimanerle accanto nove anni prima in quel bar in mezzo al nulla. Cerchi di concentrarti sul rumore che l’ecografo amplifica, sull’esattezza della frequenza, fingendo di non vedere la gioia affrescare i suoi capelli ramati, il mento a punta, il suo naso alla francese come quando l’avevi fatta ridere cantando stonato in auto e le avevi detto che era più bella quando era felice. Cerchi di concentrarti sulla domanda proposta da una bocca che non è la sua, è possibile sapere il sesso, prendi tempo mentre rendi l’immagine più nitida, mentre ingrandisci, zoomi, regoli, mentre fingi di non pensare che quella zolletta di zucchero poteva essere tua figlia.

 

Racconto di Giulia Meraviglia

 

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